I boschi son belli, bui e profondi.

Ma ho delle promesse da mantenere,

E miglia da percorrere prima di dormire,

E miglia da percorrere prima di dormire.

                                                     Robert Frost

Il mese di giugno è iniziato con il sole e con una bellissima lettura: “Doppler. Vita con l’alce” di Erlen Loe, edito da Iperborea.

Il romanzo inizia così:

Mio padre è morto. E io ieri ho ammazzato un’alce. Che dire. O io o lei. Ero affamato”. 

Son bastate queste parole per far accendere la mia immaginazione e delineare tutti gli scenari possibili.

Durante una gita in bicicletta nel bosco, scendendo a forte velocità giù per un pendio, la ruota anteriore si blocca tra due pietre. Andreas Doppler fa un volo oltre il manubrio, sbattendo la schiena contro una radice e per finire gli va la bici sulla fronte. Quando, disteso nella boscaglia, inizia a riprendere i sensi, si guarda intorno e lo invade un senso di quiete, un’estatica pace.

“All’improvviso tutto era solo bosco. E svanite anche tutte quelle snervanti canzoncine infantili che mi ballano sempre in testa, quei motivetti che mio figlio e i suoi compagni si guardano in cassetta o dvd. Sono così assillanti, così insidiose, si piantano nel mio sistema nervoso centrale e lo occupano abusivamente… Pingu, per esempio… Capomastro Bob. O i Teletubbies. Che orrore.”

L’unica cosa che riesce a pensare in quel momento è che suo padre non c’è più e non ci sarebbe stato per sempre. Che non l’ha mai nemmeno conosciuto davvero e di non aver provato nemmeno tristezza alla notizia della sua morte.

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Decide di abbandonare la famiglia, la sua vita agiata, e di rintanarsi nel bosco, vivere lì fin quando lo riterrà necessario.  Ed è proprio nel bosco che, dopo averla attirata con del fieno, ammazza un’alce. Non un’alce qualsiasi, ma una mamma. Il suo cucciolo, rimasto orfano e avendo perduto il suo punto di riferimento, non si muoverà dal luogo del delitto e riconoscerà nel protagonista il suo nuovo mentore. Bongo, questo sarà il suo nome.

“Gli ho espresso il mio rincrescimento per avergli ucciso la mamma e l’ho rassicurato che non doveva più avere paura e che d’ora in poi poteva andare e venire a suo piacimento.”

Tra Doppler e Bongo nasce una forte amicizia, un’ intimità che non permetterà l’uno e l’altro di vivere separatamente. Ritrovano quella bella sensazione dei tempi della scuola di stare col migliore amico. Si sta insieme e basta, non si parla di niente di speciale.

La vita “vera” bussa però al suo bosco. I legami e gli impegni lo chiamano a tutta voce, soprattutto sua moglie che proprio non riesce a capire l’esigenza di Doppler di vivere nel bosco. In fondo lei funziona così bene e lui così male, lei frequenta la gente volentieri e con facilità, lui lo fa malvolentieri e a fatica. Doppler vuole soltanto annoiarsi, ritiene che la noia sia sottovalutata. Lui vuole annoiarsi finché non si sentirà felice.

Erlend Loe ci dona una storia di evasione, ma al contempo di introspezione. Le emozioni son tante, si ride spesso, si riflette molto e talvolta ci si rattrista anche. Siamo tutti un pò Doppler, perché l’esigenza di scrollarsi la vita quotidiana da dosso è comune a tutti noi, così come la necessità di restarcene per conto nostro. Da soli senza far nulla distesi su questa Terra, la mente sgombra e finalmente insieme al nostro profondo Io. Loe fa anche una critica alla società, alla Norvegia e ai norvegesi, che appaiono come un popolo perfetto, felice ma che nascondono, invece, un forte egoismo.

Un pensiero riguardo ““Doppler. Vita con l’alce” di Erlen Loe

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