Non è assolutamente mia intenzione fare una recensione o una critica di un libro monumentale come “Walden” di Henry David Thoreau, ma sento il bisogno di lasciare traccia di quello che mi ha lasciato. E mi ha lasciato davvero tanto, da riempirmi gli occhi di meraviglia e l’anima di un tepore unico.

Henry David Thoreau il 4 luglio 1845 andò ad abitare nei boschi, vicino al lago di Walden, e lì restò per circa due anni, fino all’estate del 1847. Durante questo periodo scrisse le sue più grandi opere, in particolare tenne traccia sul suo diario dell’esperienza lì vissuta, che confluirà nelle pagine del suo più grande libro.

Le necessità della vita per l’uomo si possono catalogare sotto i diversi titoli di Cibo, Riparo, Vestiario e Combustibile…“, Thoreau inizia così a immergerci nel sottobosco. Una volta che ci siamo garantiti queste necessità, soltanto allora possiamo iniziare a pensare agli altri problemi della nostra vita. E queste necessità lo sono anche per chi, nell’epoca contemporanea, vive in una Metropoli. In fondo è di questo che abbiamo bisogno, primordialmente di questo.

Thoreau analizza ognuna di queste necessità, ma mi soffermerei sul vestiario perché inevitabilmente si tocca un grande male: il consumismo. Siamo abituati a comprare vestiti ad ogni cambio stagione, e non solo. Siamo accumulatori seriali di capi di abbigliamento, decisamente oltre il necessario. E quando un pantalone mostra una strappo, allora che facciamo? Lo buttiamo, senza pensarci due volte, e ne compriamo uno nuovo. Non usciremmo mai di casa con un pantalone rattoppato. Ma usciamo però senza vergognarci di mostrare la nostra ignoranza. Dovremmo essere come gli animali , come i serpenti; cambiare pelle solo quando il nostro corpo ha bisogno di un cambiamento. Dovremmo cambiare vestiti soltanto quando sentiamo di essere evoluti, quando ci sentiamo inadatti a quel capo di vestiario. I vestiti che abbiamo diventano una parte di noi, dobbiamo prendercene cura, rattopparli, sistemarli, ma tenerceli stretti. Loro crescono con noi.

Mentre ero perso nei pensieri di Thoreau, pensavo a cosa io comprassi in maniera compulsiva: i libri. Ho temuto che prima o poi l’autore arrivasse anche lì, per bacchettarmi. E invece Thoreau ha portato un fascio splendente di sole, soprattutto sulla lettura dei classici: “Cosa sono i classici se non i più nobili pensieri umani di cui c’è documento?”. Leggere, leggere bene con un vero spirito, è un nobile esercizio e bisogna leggere i libri con la stessa determinazione e riserbo con cui sono stati scritti.

Thoreau dà un enorme importanza alla cultura, e spinge affinché lo Stato investa su di essa. E’ preferibile rinunciare a un ponte per accorciare una strada, ma è auspicabile gettare un arco sopra il più oscuro baratro di ignoranza che ci circonda.

La solitudine. Abbiamo paura di essa. Thoreau tante volte è stato investito da domande del tipo “Be’, ti sarai sentito solo laggiù, avrai rimpianto di non essere più vicino alla gente, soprattutto nei giorni e nelle notti di pioggia o di neve.” Ma è proprio in queste condizioni che ha trovato la maggior armonia con sé stesso. Preferiva la pioggia e la neve, il crepuscolo, perché era allora che i tanti pensieri avevano tempo di porre radice e di svolgersi. “In genere siamo più soli quando andiamo tra gli altri uomini che quando restiamo nelle nostre stanza… La solitudine non si misura dalle miglia che separano un uomo dai suoi simili.

Sono tantissime altre le riflessioni che Henry David Thoreau fa. Riflessioni così profonde, così vere, così NECESSARIE, che questo libro dovrebbe essere letto e riletto, dovrebbe essere portato nelle scuole di tutto il mondo. Dovrebbe essere la nostra Bibbia. Ci apre la mente, ci insegna a guardare oltre la murata della nostra nave, a rispettare anche l’altra faccia del globo perché non è altro che la casa del nostro corrispondente. Thoreau ci insegna ad essere dei Colombo, ad aprire nuove vie: non commerciali, ma di pensiero. Ci insegna ad essere semplici, a spogliarci del superfluo, ma soprattutto a procedere fiduciosi nella direzione dei nostri sogni, perché sforzandoci di vivere la vita che abbiamo immaginato, incontreremo un successo inatteso nelle ore quotidiane. “Più renderemo semplice la nostra vita, meno le leggi dell’universo sembreranno complesse, e la solitudine non sarà solitudine né la povertà povertà, né la debolezza debolezza. Se avete costruito dei castelli in aria, non per questo il vostro lavoro andrà perduto; è proprio in aria che devono stare. Ora costruite loro le fondamenta nella terra.

Non si può aggiungere null’altro. L’ho amato, dalla prima all’ultima pagina. Mi è entrato dentro, per restarci.

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