Li avevamo lasciati nel limbo delle loro sofferenze, nel freddo finale di Chiamami col tuo nome (ed. italiana 2008, Guanda editore). Elio e Oliver, distanti, in due continenti diversi. Una verità che ha strappato in brandelli il cuore di Elio. Oliver aveva una seconda vita in America, una fidanzata, sua futura moglie che gli donerà dei figli. Era stata tutta una farsa?, o i sentimenti di Oliver erano sinceri? Direi che quel finale ci ha lasciati un po’ tutti con l’amaro in bocca, forse un po’ sbrigativo, forse possibile perché reale. Una storia d’amore tagliata di netto con un coltello, affilato magistralmente da un macellaio. E dopo anni di attesa, André Aciman, cavalcando il successo inaspettato della trasposizione cinematografica di Luca Guadagnino, Call me by your name, del 2017, fa rivivere i protagonisti, decenni dopo il loro distacco.

Sfoglio le prime pagine, voglio trovare subito Elio e Oliver, sono loro che voglio, non voglio più aspettare come con il primo libro, basta attese, risolvete subito la vostra storia d’amore, diamine! Ma i desideri non sempre rispecchiano la realtà, capisco che devo attendere. C’è un uomo, adulto, che prende il treno per andare a Roma, deve tenere un convegno, lui è un professore. È il padre di Elio. Figura evanescente, ma definitiva nel finale di Chiamami col tuo nome. Aveva un segreto nel cuore. In “Cercami” lo ritroviamo libero, divorziato, e non indugia ad attaccare bottone con una donna, molto più giovane, che gli si siede accanto sul treno diretto a Roma. È l’inizio della loro conoscenza, e della loro storia d’amore?, che dura 130 pagine, in questa prima parte di quattro dal titolo “TEMPO”. Vorrei concentrarmi su di loro, empatizzare con le loro anime, ma non riesco, tra le righe cerco solo due nomi, Elio e Oliver… ma non li trovo.

“CADENZA” è la seconda parte. Finalmente c’è Elio, ormai anche lui adulto e pianista affermato. Parigi è la sua nuova città. Accanto a lui c’è un uomo. Un uomo con il doppio dei suoi anni, ricco, abituato agli agi, ai locali in. Michel è solito frequentare ragazzi molto più giovani di lui, farli sentire protagonisti con il suo benessere. Non lo so solo io, lo sa anche Elio, la donna delle pulizie di Michel e i camerieri dei ristoranti costosi. Un po’ mi arrabbio, perché Elio sembra voler intrufolarsi di nuovo in una storia cannibale. C’è del disagio e lo capisco quando Elio è accoccolato tra le braccia di Michel e si sente come un figlio tra le braccia del padre. E se Michel a sua volta ha ancora pezzi irrisolti con il suo di padre, ormai morto… beh, ho timore che la loro relazione, tra l’altro appena nata, sia destinata a frantumarsi.

Ed eccoci qui, tra gli abbracci dati più per mancanze affettive che per puro slancio d’amore, che emerge il fantasma di Oliver. Anche se è solo un pensiero sussurrato, è quello che attendevo. Elio ha ancora il cuore e l’anima inclinati verso di lui. Non ha mai smesso di pensarci.

“CAPRICCIO” è la terza parte, centrata su Oliver, venti anni dopo aver abbandonato Elio. Si evolve tutta durante la festa di commiato, tenuta a casa sua, dall’università dove ha insegnato a New York per diverso tempo. In questa festa c’è la moglie Micol, ma ci sono anche un uomo di nome Paul e una donna, Erica. Son passati venti anni, ma lui sembra non esser cambiato per nulla. Non due piedi in una scarpa, forse tre potrebbero entrarci… ma all’improvviso una canzone suonata al pianoforte rievoca, questa volta, il fantasma di Elio.

Cercami, mi dice.

Lo farò, Oliver. Lo farò, gli dico.

“Cercami”, con questo invito si apre la quarta e ultima parte, “DA CAPO”, che potrebbe appagare questa eterna attesa o lasciare il lettore con un cuore infranto, di nuovo.

André Aciman dà un finale, questa volta forse definitivo, alla storia di amore tra Elio e Oliver. Non so se era necessario, ma per i romantici potrebbe risultare confortevole. È un libro dove, superata la parte iniziale centrata sulla figura del padre di Elio e che in ogni caso rappresenta quasi la metà del romanzo, è una corsa spedita verso il finale, perché il dover sapere come andrà a finire supera la necessità di capire quanto il romanzo sia un bel romanzo e se c’è cuore tra le righe o semplicemente bisogno di ubbidire a qualcosa.

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