Mi piacciono le persone taciturne: mi sforzo di immaginare i loro pensieri.

Regalatemi una storia di fuga dalla città e di rifugio in una foresta e io sono felice. Non so se mai nella vita farò un’esperienza simile, chissa!, ma al momento mi rifugio nelle fughe di altri.

Sylvain Tesson (classe 1972) è uno scrittore e giornalista francese, nonché grande viaggiatore. Si era promesso che entro i quarant’anni sarebbe andato a vivere, per almeno sei mesi, in una capanna, lontano da tutto e tutti, in Siberia. E lo ha fatto! Ha salutato Parigi, la fidanzata, gli amici, i parenti, ed è partito per questo luogo dove il gelo penetra sin dentro alle ossa, nei pressi dell’antichissimo fiume Bajkal.

Fa scorte di provviste, prepara l’attrezzatura e sceglie i libri da portare con sé. Tesson nel suo diario elenca tutti i titoli e, io lettore, gioisco nel leggerla e vedere scritti alcuni nomi a me cari: Defoe, De Sade, Camus, Shakespeare, Lawrence, Rousseau, Conrad, Capote, Lucrezio, Hemingway, Mishima e Thoreau con il suo libro Walden (come poteva mancare?).

Un po’ scherzoso, e un po’ forse no, Tesson dichiara:

Se qualcuno mi chiede perché sono venuto a rinchiudermi qui, risponderò: “Perché avevo delle letture arretrate”

In realtà il suo bisogno di vivere come un eremita è dovuto alla ricerca della pace tramite l’immobilità, dato che la mobilità, per lui, non è più in grado di dargliela. Viaggiare non gli suscita più l’emozione desiderata. La capanna scelta è perfetta per l’immobilità, piccola, nel cuore di una riserva naturale, distante 120 km dal primo villaggio. Senza una strada di accesso, è completamente isolata.

Bianco ovunque. Tutto è ghiacciato, d’altronde la temperatura segnata è -30°, -40°. I giorni in cui segna -15°, sembra di essere in piena estate a confronto con l’abitudine. A confortare Tesson dal freddo ci pensano sigari, vodka e i suoi libri.

La prima cosa che avvolge Sylvain Tesson in questa esperienza è la magnificenza della Natura, l’incontaminatezza delle foreste siberiane. Il silenzio è rotto soltanto dallo spaccarsi delle lastre di ghiaccio del lago e da qualche uccello che fa visita alla capanna. Le linci, al contrario, sono silenziose; fantasmi che lasciano nella neve le impronte del loro passaggio. Orsi e lupi è meglio riuscire a scorgerli in tempo, perché in caso contrario, vuol dire che sono nascosti pronti all’attacco.

L’eremita tiene un diario di questi sei mesi, da febbraio a luglio. Descrive le sue giornate, delinea con le parole i contorni della foresta e del lago, ma il fulcro più importante è il viaggio – nell’immobilità – che Tesson fa all’interno di se stesso. Lui vuole trovare la risposta a tre domande fondamentali:

– riuscirò a sopportare me stesso?;

– a trentasette anni posso subire una metamorfosi?

– perché non mi manca niente?

Ha tempo di pensare, di annoiarsi, di fissare lo sguardo su un punto per ore, trasformare gesti quotidiani in liturgie: spaccare la legna, pescare, mettere in ordine la capanna, preparare e bere il tè, leggere. Ha tempo di analizzarsi e l’immutabilità della foresta permette di far venire a galla risposte che la confusione della città teneva rinchiuse in una manciata di cemento armato.

Un concetto molto interessante su cui Tesson riflette riguarda il lusso, che non è una condizione ma il passaggio di una linea, il limite oltre il quale ogni sofferenza si annulla di colpo.

Chi è abituato a soggiornare nelle suite reali non crederà mai che una capanna possa competere con un hotel. Non ha mai provato che cosa significhi lasciarsi scivolare sotto la schiuma di un bagno caldo con le mani quasi congelate.

Sylvain Tesson, lo si percepisce, ha un animo sensibile e una maturità necessaria. Vuole conoscere le cose che lui ignora, e soprattutto approfondire la conoscenza di cose che sa, perché soltanto in questo modo si impara ad amarle. La conoscenza insegna ad amare.

E l’amore!, c’è tanto amore in questo libro, anche quello nei confronti del/della proprio/a compagno/a.

Amare non significa celebrare il nostro riflesso nel volto di una creatura che ci assomigli ma riconoscere il valore di ciò che non conosceremo mai.

E anche quando l’amore di cui parla, improvvisamente, lo abbandona, Tesson fa di tutto per conoscere quel dolore atroce che lo affligge. Lo fa attraverso i libri, che lo curano.

Da quando ho il cuore spezzato la mia mano, guidata da un impulso misterioso, è andata a cercare sullo scaffale i libri di cui avevo bisogno. I libri aiutano più della psicoanalisi. Nei libri c’è tutto, ancor più della vita.

Tesson, a un certo punto della sua esperienza, arriva a una consapevolezza che un po’ gli fa paura: non gli manca nessuno. Né parenti, né amici, la città, le persone in generale, nessuno! C’è un episodio nel libro, in cui un gruppo di ragazzi con una jeep arriva a far baldoria poco distante dalla capanna. Tesson prova un forte disagio; resta inchiodato nella capanna e li osserva a debita distanza; e quando i non ospiti vanno via, non vede l’ora che torni a nevicare così da coprire le impronte degli pneumatici e la loro contaminazione.

Alla nascita, dovrebbero toglierci dal cervello un pezzetto di neocorteccia. L’uomo è un bambino capriccioso, convinto che la Terra sia la sua stanza dei giochi, gli animali i suoi balocchi e gli alberi i suoi sonagli.

 “Nelle foreste siberiane” ha, a dispetto del freddo glaciale siberiano, un tepore che pervade. Lo scadenzare delle giornate descritte in questo diario restano addosso, si incollano, perché c’è tanta verità; quella verità molto spesso bistrattata dalla confusione delle nostre menti. Sylvain Tesson, attraverso la sua esperienza, ha fatto in modo che anche noi la facessimo. Arrivati all’ultima pagina del diario, non possiamo far altro che essere tristi insieme a lui.

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