Tacevano i bisbigli nei corridoi, le persiane rigate di luce si oscuravano di botto, una dopo l’altra; ma la vecchia casa non dormiva ancora quieta. Nell’ala di ponente le finestre della camera d’angolo verso il lago erano aperte e tuttavia lucenti come occhi giallastri d’un gufo mostruoso.

Una notte un uomo, uno scrittore, dal nome Corrado Silla, giunge col treno in una sconosciuta località. Ad attenderlo c’è un cocchiere con la sua carrozza che, dopo aver fatto salire Silla, lo conduce in una maestosa villa, detta il Palazzo, sulle rive del Lago di Como. E’ lì giunto perché, il proprietario della villa, il conte Cesare d’Ormengo lo ha convocato per mezzo di una lettera; ha bisogno di parlargli.

Corrado Silla entra nel Palazzo, con il cuore palpitante. Anche se è buio, nota la maestosità della casa che affaccia direttamente sul lago. I suoi tetti neri svettano nel cielo plumbeo. Ma il conte non è lì ad attenderlo perché l’ora è tarda ed è suo costume andare a dormire alla solita ora. Un uomo della servitù gli mostra allora la sua stanza, in cui Silla entra a lume di candela. Illuminando le pareti e il mobilio, resta folgorato da quello che i suoi occhi vedono: i mobili sono quelli della stanza della sua defunta madre. E si chiede perché sono lì, come mai quei mobili sono adesso ad arredare quella stanza lontana dalla casa in cui è morta la madre. La notte sarà insonne.

Giunge il mattino e finalmente Silla può parlare col conte. Cesare d’Ormengo è un uomo molto alto, magro e dalla carnagione chiara. Un tipo freddo, scostante che rigetta i romanzi appassionati per riempire la sua biblioteca di tomi di saggistica e dai contenuti pratici. Svela a Silla di averlo chiamato, e immaginando che abbia visto i mobili della defunta madre, gli svela che ella era una sua grandissima amica, l’unica persona verso cui ha provato un pò di tepore umano, e di aver acquistato i suoi mobili non appena ricevuta la notizia della sua morte. Gli chiede inoltre di restare con lui per un lungo periodo, o almeno per il tempo necessario per aiutarlo a comporre un libro (essendo Silla uno scrittore).

Silla inizialmente non vuole, non sa chi sia quest’uomo, di lui non ne aveva mai sentito parlare, nemmanco dalla madre. Prova rabbia per questa scoperta, vuole andar via, ma il conte gli mostra una lettera scritta dal pugno della madre, dove mostra la sua ultima volontà: quella di attendere alle disposizioni del conte.

Nella villa ha dimora anche una giovane donna, la nipote del conte d’Ormengo, Marina Crusnelli di Malombra. Bella, oscuramente affascinante, dai capelli biondo scuro, sensuale ma con un carattere da demonio.

Gli uomini e le ragazze la salutavano, le donne no. Dicevano tra loro che colei andava sempre per demoni di boschi e di sassi, e a messa non ci aveva mai portati i piedi; ch’era un’altra scomunicata come la Matta del Palazzo, quella di una volta.

E ora ci tocca fare un piccolo preambolo sull’arrivo di Marina nella vita del conte.

Marina, dopo essere rimasta orfana, è stata ospitata nel Palazzo dal conte, essendo lui l’unico parente abbastanza ricco da poterle dare una vita agiata. Quando arrivò alla villa chiese allo zio e alla servitù di avere una stanza che affacciasse sul lago, perché la sola sua vista la tranquillizzava. Lo zio e la servitù però sembrarono impazzire a questa richiesta, asserendo che l’unica stanza che affacciava sul lago era quella che mai nessuno aveva più aperto perché lì dentro aveva dimora il diavolo.

Questa, infatti, era la stanza di Cecilia, la prima moglie del padre del conte, morta in circostanze misteriose. Di lei si diceva che fosse posseduta dal demonio, che fosse matta. Cantava in continuazione la stessa litania, e lo faceva con una tonalità così alta che si udiva per tutto il lago e faceva gelare il sangue a chiunque fosse nei paraggi.

È bene che questa povera signora è venuta matta; e alla notte, neh, faceva dei versi e cantava delle ore e delle ore sulla stessa musica, che i pescatori di R… quando andavano fuori di notte la sentivano lontano un miglio. Si figuri che hanno persino dovuto mettere le inferriate alle finistre.

Ma a Marina non importava, non credeva a queste storie. Prese così un candelabro di mano a un uomo della servitù, entrò spavalda nella stanza e la prima cosa che fece fu spalancare la finestra sul lago. Si affacciò, sporgendo la testa nel vento forte che spirava. Restò lì immobile per qualche minuto e pensò che sì, quella era la stanza dove doveva stare.

Marina non sapeva però cosa l’attendeva. Un giorno, per caso, nel provare a riprendere un suo gioiello impigliato, scoprì il doppio fondo di un cassetto, al cui interno c’erano degli oggetti: un libro di preghiere, un guanto, una ciocca di capelli e uno specchio.

Aprì il libro di preghiera, trovando uno scritto rabbioso e rancoroso di Cecilia dove narrava la sua storia e dove svelava che la sua morte sarebbe stata cagionata dalle mani del conte Emanuele d’Ormengo, suo marito, e da quelle della di lui madre. Inoltre lei era così rancorosa da volere vendetta in un’altra vita, invitando chi leggesse la lettera ad accostare la ciocca di capelli ai propri, anche se di colore diverso, a indossare il guanto anche se di misura diversa e di specchiarsi e rompere in fine lo specchio. In questo modo Cecilia poteva ritornare in vita nel corpo di chi avesse letto le sue parole, far ricapitare gli eventi così come erano accaduti durante la sua vita e finalmente vendicarsi ammazzando qualsiasi figlio, parente, o comunque chiunque rimasto della famiglia d’Ormengo.

Marina, inconsciamente, ma forse guidata dallo spirito di Cecilia che impregnava tutta la stanza che affaccia sul lago, fece esattamente quello che ella chiedeva, ridando, tramite il suo corpo, nuova vita alla defunta.

Solo per il nome non la vorrei quella lì, se fossi un uomo. Ha un gran nome da strega. Malombra!

Corrado Silla e Marina, ben presto avranno la conoscenza reciproca, e come in tutte le storie… si innamorano. Basta uno sguardo durante un litigio, sotto l’imperversare di una tormenta, alla luce abbagliante di un lampo. Corrado, però, non sa che lui non è altro che una pedina del piano diabolico di Cecilia, posseduta nel corpo di Marina.

Nello stesso punto un lampo spaventoso divampò per tutto il cielo e pel lago biancastro, per le montagne di cui si vide ogni sasso, ogni pianta scapigliata. Marina sfolgorò davanti a Silla con i capelli al vento e gli occhi fissi nei suoi. Era già buio quando egli ne sentì nel cuore il fuoco.

Malombra è il primo romanzo che leggo di Antonio Fogazzaro, famoso per “Piccolo Mondo Antico”. In realtà fino a qualche anno fa nemmeno lo conoscevo; soltanto programmando un viaggio a Lecco sul lago di Como mi sono imbattuto in esso. E forse la colpa dell’ignoranza non era tutta mia, infatti Fogazzaro è spesso snobbato, come lo era anche durante la sua epoca, ignorato e bastonato dalla critica. Uno dei pochi a vedere il grande valore di questa sua prima opera fu Giovanni Verga.

Malombra parmi una delle più alte e più artistiche concezioni romantiche che sieno comparse ai nostri giorni in Italia e fra tanti giudizi contraddittori che avrà visto del suo libro, le farà piacere il sentir dire l’impressione che esso ha suscitato in uno che segue un indirizzo artistico diverso dal suo.

G. Verga

Antonio Fogazzaro era un innovatore, non un semplice descrittore di paesaggi o di mondi sociali; attraverso le sue parole egli ha voluto collegare il visibile all’invisibile, creando una fitta rete di corrispondenze spirituali, percorrendo quindi strade sconosciute e non frequentate all’epoca.

Ho amato tanto le descrizioni del paesaggio, della villa dai tetti neri, del lago e degli agenti atmosferici, ma ho adorato soprattutto come ha usato questi elementi per creare il contesto in cui si sono svolte parti della storia. Lo sguardo scambiato da Silla e Marina è indimenticabile, nella lancia sul lago sotto la tormenta; così come resta immortale Marina/Cecilia con indosso il suo abito più bello, azzurro scuro e nero con sul petto un giglio ricamato, palpitante a causa della sua disperazione di vendetta. E ancora, Marina nella sua stanza affacciata sul lago, le due finestre aperte a lume di candela, da rendere la casa un gufo malvagio dagli occhi lucenti.

È un libro romanticamente oscuro, a un passo da “I promessi Sposi” del Manzoni e a un passo da un’innovazione che Fogazzaro ha cercato di portare nella letteratura italiana.

Tengo a specificare, anche se non servirebbe, che Malombra non è un noir, un thriller o un horror, o un romanzo di intrattenimento le cui pagine volano fino al finale. Al contrario, è un romanzo che ha bisogno del suo tempo e della sua attenzione, che spesso devia dai protagonisti principali per trattare di altri personaggi e altri temi, in particolare quello religioso, scavando dentro l’uomo per sondare le profondità del suo animo.

Spesso c’è luce tra le pagine, in particolare quando Fogazzaro delinea la servitù o i parenti alla lontana del conte d’Ormengo, vedasi Nepo e sua madre Fosca. Hanno caratteristiche divertenti e a tratti il romanzo raggiunge anche vette d’ilarità negli inciuci sulla storia di questo Palazzo maledetto.

È un libro che ho amato, l’ho amato tanto, nonostante la lettura rallentasse in alcuni punti. Personaggi e paesaggi di Malombra resteranno in un mio immaginario letterario che ripescherò per farne similitudini. Ho trovato conforto in esso e non posso far altro che consigliarlo.

Un pensiero riguardo ““Malombra” di Antonio Fogazzaro

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