Ho aspettato tanto per scrivere questo articolo. C’è stato qualcosa di grande, di potente, di essenzialmente antico che si è espanso a fine lettura. Un distacco che non volevo assolutamente avere e, irrazionalmente, ho atteso perché con le parole sapevo che avrei reso il tutto, probabilmente, razionale. Volevo tergiversare negli ultimi flutti.

E’ stato come essere seduti su una sedia di paglia, posta accanto a un finestra, il cielo grigio e la pioggia. Lo spiffero di aria fredda che furtiva passa sotto una delle ante per farti rabbrividire. E sei felice di quel leggero brivido, nonostante la malinconia. Nonostante la bolla di inspiegabile e irreparabile tristezza in cui sei e in cui stai bene.

E’ tutto così familiare. E’ tutto così confortevole. 

“Il mare senza stelle” di Erin Morgenstern è arrivato per caso, non attendevo la sua uscita, né ho letto la precedente opera dell’autrice. Non ricordo nemmeno di aver letto la trama, o forse era così strana, storie dentro storie dentro storie; le parole si sono fuse e confuse nella testa.

Prima di iniziare la lettura del romanzo, ho letto un bellissima intervista fatta all’autrice, Erin Morgenstern. Sono entrato subito in empatia con lei, o almeno con la sua versione che traspariva dal giornale. E ho trovato tanta affinità quando ho scoperto che lei, insieme al compagno, dalla grande città si sono trasferiti alle prossimità di un bosco, nel Massachusetts, in una casa loro, con un gatto, e dove la mattina aprendo la porta che dà in giardino, c’è la nebbia e ci sono i cervi, bellissimi e imponenti come animali leggendari. 

Come per ogni libro, quando sfogli la prima pagina, sfogli una storia, sfogli un Mondo. Non sai quello che trovi, non sai quello che porti, e non sai come ne uscirai.

Zachary Ezra Rawlins ha venticinque anni, frequenta un college nel Vermont. Indossa maglioni di lana, quelli larghi. Beve la cioccolata calda. Ma ha venticinque anni, quindi è una cioccolata calda corretta. Ha una sola amica, perché socializzare è l’ultimo dei suoi obiettivi. Ah, quasi dimenticavo, ama gli uomini, e viene detto con un non detto, perché l’orientamento sessuale è un qualcosa che non importa.

Soltanto leggere di Zachary mi ha fatto brillare gli occhi. E’ un po’ lo stereotipo del lettore seriale. Ma la parola stereotipo suona male. Anche perché diciamoci la verità, io sono quasi geloso di lui. Ho sempre sognato poter andare in un college, inglese o americano, con le divise e le stanze per gli studenti, con i viali alberati e i fiumi solcati da canoe, gli scambi di opinioni sulle lezioni fatte e le confraternite. Ma ormai è tardi, ho trentuno anni e l’unica cosa che posso fare al momento per somigliargli soltanto un po’, è attendere l’autunno e rendere alcolica la cioccolata calda.

E’ un frequentatore assiduo della biblioteca del college, dove prende in prestito libri su libri e capita che, come capita a ogni lettore, all’improvviso non siamo noi a scegliere il libro, ma il libro a scegliere noi. 

“Dolci rimpianti” è il titolo.

Così anche Zachary, come ho fatto io iniziando “Il mare senza stelle”, entra in una storia, anzi no, in tante storie. Pirati, collezionisti di chiavi, adepti senza nome, legge di amori impossibili tra Luna e Tempo. E poi, sfoglia un’altra pagina, e ritrova stampata in inchiostro, sotto forma di scrittura, su cellulosa, un suo ricordo di infanzia.

Legge di lui, quando da bambino trovò una porta, scolpita?, no dipinta! su un muro, con motivi geometrici a spigoli vivi che ne avvolgevano i bordi creando profondità là dove c’era soltanto piattezza. Dove avrebbe dovuto esserci uno spioncino, c’era un’ape dipinta. Sotto l’ape c’era una chiave. Sotto la chiave c’era una spada.

Dietro la porta c’è qualcos’altro. Non la stanza dietro il muro. Qualcosa di più. Il bambino lo sa. Lo sente nelle dita dei piedi… sa soltanto che la porta sembra importante in un modo che lui non sa spiegare, nemmeno a se stesso… In quell’istante significativo, se il bambino gira il pomello dipinto e apre quell’incredibile porta, tutto cambierà. Ma lui non lo fa… e così non trova la sua strada verso il Mare senza Stelle. Non ancora.

Questo è soltanto uno dei primi enigmi. E’ soltanto l’inizio del suo viaggio, per capire come quell’episodio della sua vita sia finito in un libro più vecchio di lui. La ricerca della sua storia in una storia delle varie storie custodite in “Dolci rimpianti”. Un libro che prima di finire nella biblioteca del college e tra le sue mani, era custodito all’interno di una biblioteca sotterranea sorvegliata da gufi e gatti, sotto una magica New York notturna e dove Zachary deve andare.

Una baia. Un mare. Un mare di miele. Senza stelle.

Ed è un viaggio in cui non si capisce cosa succede perché le storie sono imprevedibili, non puoi far altro che seguirle, lasciarti condurre.

Ed è pericoloso, è terribilmente pericoloso. Perché nelle storie ci si può perdere. Perché nelle storie ci rifugiamo. Vogliamo trovare un luogo per noi. Vogliamo andare via dal nostro luogo, quello reale, scappare dalla nostra vita. Talvolta siamo noi a non voler tornare, ma altre volte restiamo incastrati.

Un libro è un’interpretazione. Tu vuoi un luogo che sia simile a quello del libro, ma nel libro non c’è un luogo, ci sono soltanto parole. E’ il luogo della tua immaginazione quello in cui vuoi andare, e quel luogo è immaginario.

Prendo aria, perché quando ho iniziato a comprendere il valore del libro ho iniziato a commuovermi e prima di rifarlo voglio indicarvi alcuni omaggi che ho trovato durante la lettura e dall’autrice stessa confermati. A Shirley Jackson donando il nome Eleanor a uno dei personaggi (nome della protagonista del romanzo L’incubo di Hill House), a Harry Potter con le sue casate che sono più volte citate, e a Edgar Allan Poe.

Shirley Jackson, Edgar Allan Poe e Harry Potter. Ho letto ogni romanzo e racconto di Shirley Jackson tradotti in italiano, ho organizzato un gruppo di lettura solo su Poe e ho sfinito le storie di Harry Potter. E questo meraviglioso romanzo, “Il mare senza stelle”, mi ha fatto comprendere il perché ho amato tanto Harry Potter, in particolare l’Ordine della Fenice che ho letto otto volte.

Tutto questo è una menzogna. Un debole tentativo del tuo cervello per preservarsi. Raccontarsi una storia fatta d’amore, avventura e mistero. Tutte quelle cose che volevi nella tua vita … Ti stai raccontando una favola perché hai troppa paura della verità

Ho provato a trattenermi. Non ce l’ho fatta! Se potesse lasciare un segno, ci sarebbe un alone adesso.

Al termine del libro sono arrivato a una consapevolezza. Erin Morgenstern ha scritto “Il mare senza stelle” per se stessa. Ha voluto omaggiare il suo immenso amore per le storie, per la lettura, per la scrittura. Ha inserito nel suo libro tutto quello che a lei piace e che negli anni da lettrice ha accumulato. Nel farlo ha voluto raccontare la potenza gigantesca delle storie, nel bene e nel male. Storie che salvano e storie che intrappolano.

Questo libro è suo. E’ la sua salvezza.

E io lettore che sono stato salvato più volte dalle storie, ho amato “Il mare senza stelle”, l’ho trovato poetico e di una profondità calorosa. Il tutto, poi, è raccontato con una scrittura magnetica e musicale.

Quando ho letto l’ultima pagina, ho sentito qualcosa sotto al petto. Qualcosa di eterno si è mosso. E il primo pensiero è stato “voglio rileggerlo, non voglio andare via”. E’ qui il posto dove sono al sicuro.

Io ho aperto la porta e sono entrato. Sono nel mare senza stelle.

Parlava di un regno nascosto. Tipo un rifugio, e nessuno sapeva dove fosse esattamente, ma lo trovavi quando ne avevi bisogno. Ti chiamava nei sogni oppure cantava canzoni da sirena e allo scoprivi una porta magica, o un portale o cose del genere. Non sempre, ma a volte. Dovevi crederci o averne bisogno o anche solo essere fortunato, immagino.

Un pensiero riguardo ““Il Mare Senza Stelle” di Erin Morgenstern

  1. Cavolo quanto trasporto…mi sono ritrovato a sorridere mentre ti legevo…inutile dire che ora mi hai incuriosito a tal punto che il prossimo acquisto sarà sicuramente Lui!

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