Nella prefazione di questo libro, “L’anno del giardiniere” di Karel Čapek, c’è scritto che un libraio un po’ distratto potrebbe riporre lo stesso nel reparto “giardinaggio”, sbagliando completamente. E di fatto è così, perché pur trovando qualche sporadico consiglio indiretto, l’autore, con sagacia e humor, racconta, ripercorrendo i mesi dell’anno, vari aneddoti che decantano lo strambo, ma che dico, strambissimo, comportamento di quell’essere, di quel maniaco esaltato, che è il giardiniere di città.

Nel 1925, Karel Čapek, scrittore praghese, va a vivere insieme al fratello (che ha impreziosito questo libro con simpatiche illustrazioni), in una villetta con un grande giardino in periferia. Si appassiona al giardinaggio e, il suo già diario pubblico, tra l’altro molto famoso, diffuso tramite una rivista di borghesi intellettuali, si trasforma nel suo diario pubblico di giardinaggio.

Quest’opera inizia con una domanda, che può apparire semplice, ma non lo è: com’è che si diventa giardinieri? Quando scocca quella scintilla? La risposta è altrettanto semplice, ma racchiude una serie di collisioni vitali.

Un giorno succede di piantare una pianta con le proprie mani. Ecco, null’altro. È da qui che nasce la magia.

Nel farlo, attraverso una pipita o chissà come, gli penetra nel corpo un po’ di terra che gli provoca una specie di intossicazione o di infiammazione; in breve, una persona diventa un giardiniere entusiasta.

Subito dopo aver chiuso questa questione, e tralasciando che – meno poeticamente – si potrebbe diventare giardinieri anche soltanto per invidia del bel giardino fiorito del vicino, si passa a un concetto fondamentale che a molti potrebbe sfuggire.

Nella giovinezza si pensa che il fiore sia quello che si mette all’occhiello, che si regala, e non che il fiore si “zappetta e si concima, si bagna e si trapianta, si moltiplica per talea e si pota, si lega e si libera dalle erbacce, dai funghi e dalle foglie secche”, eccetera eccetera eccetera. Alla sua morte, il giardiniere non si trasforma in una farfalla che vola fiore per fiore per sentirne l’odore, ma in un lombrico, in un verme, che si tuffa e si fa spazio nella terra, per annusarla e assaporarla, per verificarne l’acidità e la sua idoneità alle varie colture.

Il giardiniere diventa soprattutto un esperto della terra e farebbe di tutto pur di avere quella migliore, anche raccogliere sul marciapiede le cacche dei cani per farne un pregiatissimo compost. È disposto a predisporre calderoni di streghe per armeggiare con fondi di caffè, sabbie esotiche, polvere di marmo, foglie morte e ali di fata, pur di donare alle sue piante la dimora e il tepore migliori.

E spronato dai successi e dagli insuccessi scoppia la bramosia specialistica che “trasforma una persona, fino ad allora sana di mente, in un coltivatore di rose, di dalie o in un altro tipo di maniaco esaltato.

Mese dopo mese, osserviamo il giardiniere cittadino – più che altro intravediamo sempre prima il suo deretano – che accompagna le sue piante nelle varie stagioni affrontando le problematiche che ognuna di esse porta. E anche se Karel Čapek descrive ogni cosa con estrema ironia, lascia che tra le varie pagine se ne depongano altre pregne di linfa vitale, dei benefici dell’arte del giardinaggio e dell’ineluttabilità della Natura.

Le piante sono maestre di vita. Insegnano ad avere autostima e a credere in noi stessi, a essere saggiamente pazienti, a vedere vita lì dove assolutamente sembra non esserci. E’ solo un’illusione ottica che il fiore in autunno appassisca; ha semplicemente abbassato le serrande e chiuso bottega. Ma al suo interno ha già iniziato a catalogare e accumulare la merce, una sopra l’altra; ha riempito gli scaffali fino a curvarli. E’ questa la vera primavera. Non vediamo i germogli perché sono sotterrati, così come noi non vediamo il futuro perché e dentro di noi.

A volte ci sembra di puzzare di decomposizione, ingombri dei residui secchi del passato; ma se potessimo guardare quanto grassi e bianchi virgulti si aprono la strada in quel vecchio terreno di coltura che si chiama l’oggi; quanti semi germogliano segretamente, quante vecchie piante si raccolgono e si concentrano in una gemma viva, che un giorno esploderà in una vita fiorente; se potessimo guardare il segreto formicolio del futuro tra di noi, evidentemente ci diremmo che grande sciocchezza sono la nostra malinconia e la nostra sfiducia; e che la cosa migliore di tutte è essere una persona viva; ovvero una persona che cresce.

Insomma, fate attenzione a piantare una pianta, perché potreste anche voi essere colpiti da questo pericoloso morbo, diventare collezionisti di begonie e di piante esistenti soltanto sul cucuzzolo del Mondo, e ritrovarvi con infinite piante acquistate che aspettano di trovar posto nel vostro giardino, dove posto pare proprio non esserci più.

Un pensiero riguardo ““L’anno del giardiniere” di Karel Čapek

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