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“Bill” di Helen Humphreys è stata una delle ultime letture che ho affrontato e devo ammettere, con una bella dose di piacere, che mi ha molto sorpreso. Si respira l’aria del romanzo americano, le sue atmosfere psicologiche e naturali. Ci sono quei residui che puzzano di tragedia. E` un’immersione nella psiche dei personaggi e seguiamo, al loro interno, un filo spinato che attraversa stanze sempre più opprimenti, claustrofobiche.

È tratto da una storia vera.

Siamo nel 1947 a Canwood, cittadina del Saskatchewan in Canada. Leonard Flint potrebbe essere un bambino come qualsiasi altro, ma nonostante la tenera età ha subito già troppi soprusi. E` solitario, ha problemi a creare legami con i suoi coetanei; preferisce stare in silenzio. A scuola viene bullizzato in continuazione e non passa giorno che i suoi compagni di classe non lo lasciano esanime a terra, pieno di ematomi. Flint è una ferita aperta, l’intero suo corpo è una ferita sanguinante senza margine di cicatrizzazione.

Non esiste persona al mondo capace di donargli affetto, protezione, amore. Nemmeno lì dove sarebbe logico ci fosse. Il padre è alcolizzato, severo, non sa cosa significa la parola tenerezza. Per lui è un sacco da boxe. La madre è un essere troppo sopraffatto per tentare anche una minima reazione.

Leonard Flint ha un solo amico, ed è Bill. Verrebbe quasi da dire: “Ah, menomale! Almeno non è completamente solo”. Bill però è il barbone del villaggio. Bill Zampe di Coniglio. I cittadini è così che lo chiamano. Infatti, Bill per guadagnarsi da vivere crea portafortuna con le zampe di coniglio, amuleti quasi stregoneschi che pare tengano lontano la cattiva sorta. E’ sgarbato, silenzioso, e tiene lontani tutti, eccetto il bambino.

Leonard trascorre tutte le sue giornate con Bill, in un rifugio di fortuna ai piedi della collina. Lo aiuta nel creare trappole per conigli e a disporle lungo la vasta prateria. Ormai conosce per filo e per segno i movimenti dei conigli selvatici. E’ un bravo aiutante ed è soddisfatto quando Bill li uccide per strappargli le zampe.

Il legame che si crea tra i due è qualcosa di inspiegabile, sicuramente a far capolino c’è l’ossessione. Quest’ultima crescerà a dismisura quando un giorno Bill commette un atto di una crudeltà e spietatezza uniche in danno del ragazzino che era solito bullizzare Leonard.

Potrebbe sembrare solo il culmine di questa storia, ma non è altro che l’inizio di un’ossessione che si protrarrà nel tempo e che raggiungerà il suo vero apice quando, dodici anni dopo, Leonard, ormai brillante psichiatra sarà assunto a Weyburn, il più grande istituto di igiene mentale del Canada.

A Weyburn, Leonard dovrebbe prendersi cura dei pazienti per dar loro una seconda chance e reintrodurli in società. Ma un incontro inaspettato sconvolge, più di quanto già non fosse, la sua vita. Non è più un bambino con la mente annebbiata dall’innocenza, è un adulto che deve rendere conto al suo passato e farne i conti.

I pugni e i calci ricevuti non erano abbastanza. Nella sua testa adesso c’è un susseguirsi di flashback che non sono soltanto mere immagini, ma lampi di dolore.

Inutile dire che l’ho letto con un groppone alla gola, con una sensazione perenne di tristezza e tenerezza. Quando si è ormai grandi e bisogna ripescare nei meandri dell’anima il tuo te bambino è sempre un percorso doloroso, ma anche amorevole. Diventi quasi il genitore di te stesso. Una cura che provi a donarti, un volersi abbracciare e cullare. E amare.

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