Ho un ricordo fortissimo legato a “I viaggi di Gulliver”, però nella sua versione su schermo. Avevo tre anni e lo ricordo come fosse ora. Stavamo traslocando; finalmente i miei avevano comprato casa e potevamo smettere di dormire in quattro in una stanza, a casa dei nonni. Io non ero affatto contento, al contrario. Mi sentivo come uno di quegli oggetti che doveva essere portato via, nolente o volente. Chiesi a mia madre di lasciare come ultimo oggetto in casa la videocassetta di Gulliver. Potevano portar via tutto, ma non quel cartone animato. Mi misi davanti allo schermo, buono buono.

“I viaggi di Gulliver” fu inizialmente pubblicato in forma anonima, nel 1726. L’autore risultava essere lo stesso Gulliver, protagonista del libro, e il titolo infatti era “Travels into SeveralRemote Nations of the World, in Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships”. Il suo vero autore però, lo sappiamo benissimo, è Jonathan Swift (Dublino 1667 – 1745).

Ebbe immediato successo. Ciò dovuto anche al modo scelto da Swift per raccontare le avventure di Gulliver: quello del resoconto di viaggio. Modalità già rodata e apprezzata, basti pensare che qualche anno prima era stato pubblicato, con enorme successo, “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe.

Posso dire di essere arrivato tardi alla lettura di questo romanzo, ma ne sono estremamente felice.

Chi ha osato affermare che “I viaggi di Gulliver” è un romanzo per l’infanzia? Ho trentuno anni suonati e ho colto probabilmente ¼ (con tanta autostima) di quello che Swift ha voluto narrarci sotto forma di avventure straordinarie.

Jonathan Swift dà sfogo a tutta la sua misantropia, all’odio e alla rabbia che prova verso il genere umano, con la convinzione assoluta che non esiste margine di miglioramento. L’uomo è crudele, egoista, corrotto, arrogante, pieno di sé, affamato di potere e pieno di vizi.

Ho riscontrato tra l’altro anche passaggi molto grotteschi, che avrebbero fatto ridere un bambino, ma che al contrario generano vergogna nell’uomo adulto.

Il romanzo è suddiviso in quattro parti che corrispondono ai viaggi affrontati da Lemuel Gulliver, chirurgo e amante della navigazione che, approfittando appunto della sua professione, riesce a imbarcarsi.

Il primo viaggio lo vede naufrago presso l’isola di Lilliput dove viene tenuto inizialmente prigioniero, legato a terra con delle corde, dai lillipuziani, uomini piccolissimi (la proporzione è di 1:12). Dopo aver dimostrato di essere un brav’uomo viene portato dall’Imperatore di Lilliput al quale presta giuramento di fedeltà. Gulliver aiuta i lillipuziani, in segno di riconoscenza, a vincere la guerra contro Blefuscu (isola dirimpettaia con cui sono in eterno conflitto per una controversia banalissima sul modo corretto di rompere un uovo, se dalla parte più grossa o da quella più piccola).

Il secondo viaggio invece è a Brobdingnag. Qui, al contrario di Lilliput, abitano uomini giganteschi (la scala è inversa, 12:1). Gulliver si ritrova ad essere una sorta di animale domestico ed esotico presso la Regina, chiuso in una minuscola casetta costruita appositamente per lui. Rocambolesche sono le sue disavventure con gli insetti che a Brobdingnag hanno anche loro le dimensioni in scala 12:1.

Il terzo viaggio è a Laputa, un’isola volante il cui movimento nell’aria è determinato dalla posizione di una calamita situata a mo’ di satellite. Gli abitanti sono tutti dediti alla musica e alla matematica, ma questo è un mondo distrutto dalla scienza che non sfrutta le innovazioni per fini pratici ma soltanto per nuove e inutili scoperte (ad esempio ammorbidire il marmo per farne cuscini).

E infine, l’ultimo viaggio (quello che più mi ha appassionato) nella terra dei cavalli intelligenti, gli houyhnhnm. Gulliver ha modo di dialogare con uno degli houyhnhnm e di raccontargli quella che è la razza umana (pagine in cui emerge tutta la misantropia di Swift, ma anche le pagine più dense e impattanti). Nella terra degli houyhnhnm abitano anche gli yahoos, essere orripilanti ma uguali nell’aspetto fisico all’uomo e con i quali Gulliver vorrebbe non averci nulla a che vedere, lo disgustano, ma ai quali, irrimediabilmente, sente ti appartenere.

Jonathan Swift in ogni viaggio scandaglia un aspetto dell’essere umano, e non gliene lascia passare nessuna. Inizia parlando dell’inutile inimicizia tra Lilliput e Blefuscu che rappresentano l’Inghilterra e la Francia, e la loro controversia invece la disputa religiosa tra anglicani e cattolici, fino ad arrivare addirittura a parlarci di ecologia. Sì, proprio ecologia, quando Gulliver racconta al cavallo razionale che nonostante siamo in grado (noi come Paese, in quel caso l’Inghilterra) di provvedere alla produzione di cibo necessario a ogni abitante (anzi, con una produzione quattro volte superiore) siamo spinti a importare materie prime e così facendo, inconsapevolmente, introducendo anche nuove malattie (vi ricorda qualcosa?).

Ci parla di tanto altro, dell’irrazionalità della guerra, dell’assurdità delle convenzioni sociali, della brama di potere, della corruzione di chi governa. Un quadro completamente pessimistico, senza alcuna speranza di redenzione per l’essere umano.

Ed è questo un libro per l’infanzia? Probabilmente scarnificato di tutto il suo messaggio allegorico, ma resterebbe soltanto una storiella, ben scritta, ma con nessun valore aggiunto.

Illuminante.

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