C’è un fascino inspiegabile intorno alle storie di omicidi, soprattutto se questi avvengono in ambiti famigliari. Se poi l’omicidio appartiene a un’epoca lontana dalla nostra, il fascino acquista una potenza ancora più forte. Scoprire dunque come venivano svolte le indagini, quali erano le figure perno per la risoluzione del caso e quali prove portare alla Corte e come preservare queste per eventuali  indagini scientifiche.

Ai nostri tempi  gli esiti balistici, scientifici, medico legali, psichiatrici (ecc.) rappresentano il punto cruciale di un processo, definiscono la colpevolezza o l’innocenza. E noi siamo in un’epoca “evoluta” da questo punto di vista, ma prima?

Ad esempio nel caso riportato in “Omicidio a Road Hill House” di Kate Summerscale si arriva a un punto morto. Non ci sono testimoni, non ci sono prove se non una presunta vestaglia insanguinata che però non si trova (ci saranno poi durante la lettura sviluppi interessanti in merito). Non abbiamo il Luminol o la Lampada di Wood per ricercare tracce ematiche o liquidi organici non visibili a occhio nudo. Le impronte digitali? Neanche a parlarne. Al massimo ci si focalizzava sulle impronte degli scarponi lasciati nel fango, ma la comparazione era amatoriale, un po’ come quei giochi di logica per bambini in cui bisogna inserire un cubo o una sfera nel loro apposito spazio.

Con questo assolutamente non voglio sminuire le attività di indagine svolte all’epoca, ma soltanto far capire come queste molto spesso fossero basate soltanto sulla logica e sulla deduzione. 

Ci si aggrappa alla capacità di chi svolge le indagini di riuscire a penetrare nella mente delle persone, negli anfratti dell’anima, e lì dentro trovare le prove. E portare, si auspica, alla confessione del reo.

È una notte d’estate del 1860, siamo nella contea di Wiltshire, Inghilterra. In una elegante e isolata casa georgiana, tutti dormono. C’è soltanto il cane che abbaia. L’una di notte.

Saville Kent, di tre anni, viene prelevato dolcemente dalla sua culla. Preso da mani e braccia abituate alla delicatezza dei bambini; perfino la coperta è stata rimessa al suo posto, in ordine.

Il mattino successivo, però, chi ha immaginato quelle mani come docili, direi quasi materne, dovrà fare i conti con la loro terribile trasformazione. Sono mani di un assassino. Saville Kent viene infatti rinvenuto nella latrina, a pochi metri dalla casa, con la gola recisa. Gettato in quel fetido luogo, come se fosse anch’egli uno scarto fecale.

L’assassino deve essere, senza ombra di dubbio, qualcuno che vive in quella casa. Si indaga sui famigliari e sul personale domestico. Dodici persone in totale. Uno di loro è l’assassino.

A indagare sul caso, da Scotland Yard, viene mandato a Road Hill House l’ispettore Jack Whicher. Uomo brillantissimo, molto noto all’epoca per aver risolto numerosi casi; la stampa parlava di lui. Fu uno dei primi e veri detective della storia, o almeno uno dei primi autorizzato a spogliarsi dalla fastidiosa divisa e poter lavorare in abiti civili. Le prime squadre investigative nascono con lui.

E con lui nasce l’“ossessione da detective”. Ossessione fomentata da due grandi nomi, due grandi scrittori a loro volta ossessionati dall’investigatore Jack Whicher. Sto parlando di Charles Dickens e Wilkie Collins.

Quest’ultimo proprio in quegli anni, nel 1868, scrisse “La pietra di Luna”, in cui vi è un detective detto talvolta “dickensiano” perché somigliante al detective Bucket di “Casa Desolata” di Dickens. Ma, a sua volta, Dickens trasse ispirazione per Bucket da Jack Whicher. 

Si ritorna quindi sempre a lui, il prototipo di investigare che ha ispirato – posso dirlo? – il più grande romanziere di tutti i tempi e che quindi ha, inevitabilmente, influenzato tutti i futuri detective letterari.

Ma, lo scrivo giusto affinché non se ne dimentichi, il primo investigatore della letteratura è nato dalla penna del genio di Edgar Allan Poe, il grandioso August Dupin (nel 1841, prima di qualsiasi Whicher e Bucket). E sono grato alla scrittrice Kate Summerscale per averlo menzionato in “Omicidio a Road Hill House”.

Come sempre inizio a dilungarmi, ma la ricostruzione minuziosa di quell’efferato omicidio a Road Hill House comprende anche tutto questo: divagazioni interessantissime sulla polizia, gli investigatori, la Corte di Giustizia, la letteratura.

Kate Summerscale (Londra, 1965), scrittrice e giornalista (da qui la sua capacità di raccontare fatti di cronaca e fare ricerche) è stata in grado di tenere alto il ritmo di questi approfondimenti alla stregua della potenza immersiva e psicologica del fatto di cronaca che scosse l’opinione pubblica allora, ma che continua a fare ancora oggi in chi legge.

Non fu per nulla facile risalire al colpevole. Come accennavo, si arrivò a un punto morto in cui si sperava soltanto nella confessione di uno dei dodici presenti in casa. Questo fallimento determinò anche il declino dell’investigatore Jack Whicher, il quale aveva fatto la sua accusa, ma senza prove. Anche se, soltanto anni dopo…

Ma è giusto che io mi fermi qui, altrimenti che interesse c’è nel leggere questa affascinante ricostruzione storica del terribile omicidio di Saville Kent, di soli tre anni.

Qual è la sua colpa?

4 pensieri riguardo ““Omicidio a Road Hill House – ovvero invenzione e rovina di un detective” di Kate Summerscale

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