“Non dimenticare i fiori” di Kawamura Genki è una di quelle storie così intime e delicate che sembra proprio un fiore di ciliegio in primavera. Una bellezza sottile, leggera, costretta a svanire,senza però aver prima lasciato un ricordo forte, malinconico.

E in sottofondo a questa storia, c’è una musica che non smette mai di suonare. È il Träumerei di Robert Schumann, che ammetto di aver ascoltato quando questa si faceva sentire più forte tra le pagine.

Il romanzo ha il difficile compito di raccontare il rapporto tra una madre e un figlio. Rapporti sempre un po’ complicati, speciali e unici. Yuriko è la madre, Izumi è il figlio. Hanno sempre vissuto da soli perché un padre non c’è; sono inseparabili, vivono in simbiosi.

Yuriko però, un giorno, quando Izumi era solo un bambino, sparisce. Va via, senza lasciare traccia, uscendo di casa come se dovesse andare al supermercato, senza portare nulla, senza lasciare un biglietto. Lo lascia solo per un lunghissimo anno. Poi ritorna. Izumi la trova in cucina ai fornelli, a preparargli la colazione. Sente il profumo del tamagoyaki, il suo piatto preferito.Tutto è esattamente come prima, come se nulla fosse mai accaduto.

Izumi cresce e porta con sé il suo anno di oblio a cui non sa dare una spiegazione. Diventa grande, ora è sposato e la moglie è in attesa del suo primo figlio. È felice, non potrebbe desiderare niente di più. Si immagina come genitore, come padre, pur non avendone mai avuto uno e si domanda se sarà capace di esserlo, e nell’attesa della nuova nascita ripercorre alcuni momenti trascorsi insieme alla madre.

Inizia a ricordare proprio quando la madre, Yuriko, invece, inizia a dimenticare. Dimentica tutto. Al supermercato dimentica di pagare, acquista tre confezioni di pane in cassetta quando in realtà a casa ne ha già. Dimentica di dover dare lezioni di piano alla figlia della vicina. La strada diritta verso casa diventa per lei un labirinto, si perde spesso. Piove e lei non sente di essersi bagnata, non sa dove andare così si siede su un’altalena. Cerca Izumi, deve andare a prenderlo a scuola, ma lui è a un’ora e mezza di treno, con sua moglie.

A casa di Yuriko, su un tavolo, c’è un vaso con un singolo fiore. Quando inizia ad appassire lei lo cambia sempre, una liturgia continua, che non si spezza. Il vaso con il fiore la tiene legata alla memoria, è l’appiglio prima che tutto diventi nero.

Izumi cerca di mettere insieme i cocci persi della mamma, prova a ricostruirle la memoria e nel farlo si imbatte in quell’anno terribile di solitudine che mai ha dimenticato.

Kawamura Genki ha una scrittura molto delicata, quella che contraddistingue la fetta di scrittori e scrittrici giapponesi che delineano storie che fanno immaginare il Sol Levante come una terra di gentilezza, di simboli, di emozioni profonde, di fiori di ciliegio e di cibo che al solo nominare fa venire l’acquolina. Esattamente l’opposto di Murata Sayaka o di altri/e che invece con le loro storie vogliono far emergere i lati oscuri e malati della società giapponese. Io amo esattamente sia l’uno che l’altro versante, vedere luci e ombre del Giappone.

È una storia delicata che commuove, tocca corde che abbiamo un po’ tutti e quello che resta è tanta malinconia.

Un altro romanzo di Kawamura Genki è “Se i gatti scomparissero dal mondo”, che ha avuto un grande successo planetario e conto di leggere presto.

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