La scrittrice Nicole C. Vosseler trae ispirazione dalla vita di Robert Fortune, il famoso ladro di tè, per scrivere il suo romanzo “Il botanico inglese”.

Robert Fortune è stato un botanico scozzese, che negli anni 40 del 1800 fu mandato in Cina dall’Horticultural Society of London con lo scopo di “raccogliere semi e piante vive di tipo decorativo o utile non ancora coltivate in Gran Bretagna. Ottenere informazioni sul giardinaggio e l’agricoltura in Cina, nonché sulla qualità del clima e sul suo influsso sulla vegetazione”.

Siamo durante la reggenza della giovane Regina Vittoria, la dagherrotipia ha da poco reso possibile congelare il tempo in toni grigi e seppia. I cancelli del Royal Botanical Gardens di Londra, a Kew, sono stati aperti al pubblico e attirano più visitatori di Windsor o della Torre di Londra. È giunto il tempo che i cacciatori di piante si disperdano per il mondo; nasce l’ossessione per le orchidee e per le rose, le peonie, le palme, le felci e per qualsiasi altra pianta nata oltre la Gran Bretagna, molto lontano.

La Cina aveva già regalato al mondo la pesca e l’albicocca, diversi agrumi e il rabarbaro, nonché gigli tigrati, crisantemi e ortensie. Robert Fortune ha l’importante compito di fare nuove scoperte nel leggendario regno dei fiori e spedire in Inghilterra meraviglie naturali.

Il suo incarico è della durata di un anno e ad attenderlo a casa, a Chiswik (piccolo quartiere di Londra), la moglie Jane e i suoi due figli, il minore appena nato.

È senza ombra di dubbio un incarico prestigioso, interessante, a contatto con la natura, ma assolutamente non privo di pericoli. Al contrario, Fortune deve vedersela da solo, senza nessuna scorta, nessuno che lo accompagni se non Wang, un cinese che lo affianca per tutto il viaggio, interessato soltanto ai soldi intascati per la condivisione di notizie su dove trovare quello che si sta cercando. La prima parola cinese che Robert Fortune impara è infatti fan-kwai. Diavolo straniero.

Ovunque vada Robert Fortune ha gli occhi puntati addosso; gli stranieri non sono ben accetti, soprattutto quelli che arrivano nella loro Terra per rubare quello che non gli appartiene e arricchirsi una volta tornati in patria. Gli occhi trasudano odio. È ancora fresco il ricordo della guerra per l’oppio e per il tè, con la quale la Gran Bretagna, grazie al suo moderno apparato bellico, aveva messo in ginocchio la Cina.

La Horticultural Society of London se ne lava le mani e nella lettera di incarico di Robert Fortune dichiara che la Società non è in grado di prevedere cosa l’attenderà durante il suo soggiorno in Cina e rimettono alle sue valutazioni la decisione su come procedere una volta giunto in terra straniera.

Il suo è un viaggio avventuroso, pieno di pericoli e di incognite; anche la sopravvivenza delle piante non è garantita. Esse infatti vengono messe all’interno di casse di vetro sigillate e autosufficienti, imbarcate su navi che viaggeranno per mesi e mesi. E se le piante sopravvivranno alla traversata, non è detto che cresceranno e vivranno in un posto che non è casa loro.

Durante la sua ricerca Robert Fortune fa la conoscenza di Lian, una ragazza che si è opposta alla condizione minoritaria delle donne in Cina e che ha deciso di essere tutto quello che una donna non può essere e di vivere la sua piena libertà combattendo come jianghu: una guerriera; figure tramandate più sotto forma di leggenda che come verità storica (se mai lo furono).

Lian, infatti, appare e scompare come uno spirito insieme alla sua spada. Non si lascia avvicinare e non rivolge mai la parola a Robert. Eppure lo segue come un’ombra, non perdendolo mai di vista. Se inizialmente il comportamento di lei lo inquieta, successivamente decide di abituarsi alla sua presenza e di continuare le ricerche botaniche come se lei non esistesse.

Fino a quando, però, le circostanze non decidono che debbano relazionarsi, conoscersi e raccontarsi, e iniziare a provare forti sentimenti l’uno per l’altra.

Il romanzo inizia e prosegue attraverso tre punti di vista; quello di Robert Fortune, quello di Lian e quello di Jane, la moglie sola che insieme ai due bambini attende il ritorno dell’uomo amato, contando i minuti che passano.

Alla verità storica, alla ricerca scientifica, si mescolano le storie intime, di emozioni, dei protagonisti, frutto della fantasia dell’autrice. Se inizialmente al primo accenno di love story ho iniziato a storcere il naso – in quanto da appassionato di libri naturali stavo cercando in questo romanzo solo e soltanto la verità storica e scientifica – continuando con la lettura ho capito, invece, che il tutto era armonizzato e che la figura da botanico di Robert Fortune non si disfaceva in un “nulla”.

Tuttalpiù l’autrice nel raccontare il rapporto di Robert con Lian mette in luce anche il dramma di quanto possa costare caro il “rubare” il tesoro cinese, il tè, per avviare piantagioni in un altro paese e mettere in ginocchio per l’ennesima volta il benessere, nonché una delle poche fonti di ricchezza, di un popolo.

Ma di Robert Fortune e del furto del tè ve ne parlerò in un altro articolo che sarà basato soltanto su fonti certe e sul suo vero resoconto della spedizione in Cina.

Un pensiero riguardo ““Il botanico inglese” di Nicole C. Vosseler

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