Quindi si mise a riflettere e, nel chinare lo sguardo, una spina della rosa che le rimaneva sul petto incidentalmente le punse il mento. Come tutti i contadini della Valle di Blackmoor, Tess era imbevuta di fantasie e di superstizioni divinatorie: lo credette un brutto presagio… il primo che avesse notato in quel giorno.

Theresa “Tess” Durbeyfield ha sedici anni, è una virginale figlia della natura; quando erra per i boschi le sembra di essere meno sola, sente come se riuscisse a evitare l’umanità. Appartiene alla terra soltanto con il fisico; sdraiata sull’erba di notte, puntando lo sguardo dritto in su verso qualche grossa stella lucente e fissandovi la mente, avverte di essere a centinaia e centinaia di miglia dal suo corpo e di non averne più bisogno.

Il romanzo fu pubblicato a puntate per la prima volta nel 1891 sul quotidiano The Graphic, in una versione censurata e fu accolto da giudizi che rimbalzavano dal puro apprezzamento a smorfie puritane tardo-vittoriane; d’altronde si parla anche di stupro e del seppellimento segreto di un bambino non battezzato.

Le prime pagine contengono l’evento che scatena le sfortune di Tess, che si evolveranno in un crescendo che spezza il fiato. Suo padre viene a conoscenza, dal parroco del paese di Marlott nel Wessex, che la loro famiglia discende da una nobile stirpe normanna, i d’Urberville. Tess, obbligata dai genitori che in quest’occasione vedono la possibilità di poter finalmente uscire dalla loro condizione di povertà, viene mandata dai ricchi d’Urberville del paese a riscattare la parentela, senza sapere che i d’Urberville rimasti sono dei nuovi ricchi che si sono furtivamente appropriati di quel cognome.

Nel giardino della loro villa, Tess incontra Alec Stoke d’Urberville, il suo giovane “cugino” che alla vista dell’incredibile bellezza di lei, perde ogni ragione e fa di tutto per rubarle il primo bacio e per averla sempre con sé; non come parente, ma come lavorante nel suo pollaio. Il padre alcolizzato e la deturpata madre di Tess vedono anche in questa misera proposta di lavoro una possibilità di matrimonio e continuano, nonostante le preghiere di lei, a spingerla nelle fauci del lupo, che alla prima occasione, di notte nella foresta, abusa della sua innocenza, condannandola per sempre all’infelicità e alla gestazione della sua “sofferenza” (Sorrow sarà il nome del bambino).

Con l’anima dilaniata e con la speranza di poter seppellire la sua storia insieme al corpicino del bambino, Tess va via da Marlotte. Trova lavoro al caseificio di Talbothay, dove incontra Angel Clare, un giovane benestante che sta imparando a diventare un bravo agricoltore. Tess se ne innamora, ma fa di tutto per spegnere quel sentimento; è una reietta, povera, non lo merita, è ormai figlia del peccato, condannata. Il suo amore, però, è ricambiato da Angel che non riesce a distogliere lo sguardo da lei, la desidera con un tenero affetto. Questo suo cercarla fa crollare le difese di Tess che si lascia avvolgere da braccia che non fanno male.

È da questo momento che il lettore inizia a sperare, a desiderare fortemente il tocco di questa mano che ha il potere di alleviare le ferite, ma “Tess dei d’Urberville” è un romanzo che non ha speranza, seppur disseminati tra le pagine intravediamo sprazzi di luce.

Angel può sembrare la raffigurazione del bene, la contrapposizione al male di Alec. Così, ahimè!, non è. In un momento di confessione, immediatamente dopo il loro matrimonio, Angel rivela a Tess di essere stato un tempo voluttuoso e di aver partecipato a un’orgia. Tess lo perdona senza pensarci su un attimo e spinta da quel momento di confessioni, rivela la sua storia, lo stupro e la morte del suo bambino. Angel non la perdona, prende una manciata di sale e la cosparge sul cuore aperto e ferito di lei. Angel è probabilmente la vera rovina di Tess! Colui che non riesce ad andare oltre, a dare accoglienza a una donna che non ha nessuna colpa. Angel non la salva. La scaraventa direttamente all’inferno e soltanto dopo un lungo periodo si pente di quello che ha fatto; prova a recuperare, ma Tess non appartiene più a se stessa, è solamente un involucro di organi sgarrupati. È sfinita, spenta. Vuole riposare, chiudere gli occhi e attendere che il suo destino si concluda definitivamente, in uno dei capitoli più belli della letteratura inglese, nel mistico scenario di Stonehenge.

Angel, sono quasi felice… sì, felice! Questa gioia non poteva durare, era troppo grande. Ne ho avuto quanto bastava, e adesso non vivrò fino al giorno in cui tu possa disprezzarmi.

Thomas Hardy si conferma come uno dei miei autori classici preferiti, senza dubbio alcuno. Ha la capacità unica di descrivere anche il più piccolo dei sentimenti umani, di trovare le parole adatte per far cogliere tutte le sfumature dell’anima. È un maestro delle descrizioni. Ogni particolare della vita campestre prende vita, e soprattutto, trovo di sublime bellezza le descrizioni della Natura. Natura che accompagna con i suoi cambiamenti gli stati d’animo dei protagonisti, elevando esponenzialmente l’impatto della scena e il coinvolgimento del lettore.

Tess è un personaggio complesso, si fa amare e difficilmente odiare, anche quando vorresti entrare nel libro per dirle di essere meno remissiva e di avere più cura di sé. Difficilmente ci si dimentica di lei, e io la ricorderò quando è sulla carrozza ingenuamente ricoperta di rose nel pieno della sua innocenza e quando sfatta, sconquassata dalla vita, non riesce a tenere gli occhi aperti e dice di essere pronta al compimento del suo destino.

2 pensieri riguardo ““Tess dei d’Urberville” di Thomas Hardy

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