Una Tempesta tremenda stracciava l’aria –
Le nuvole, pochi frammenti sfiniti, sinistri –
Il Buio – come il mantello di uno Spettro
Nascondeva allo sguardo Cielo e Terra

Sui Tetti il ghigno sinistro di creature –
Il loro sibilo nell’aria –
I pugni alzati e scossi –
I denti digrignanti –
E i capelli scarmigliati – un ondeggiare sfrenato.

Poi si accese il mattino – gli Uccelli si svegliarono –
E lo sguardo spento del Mostro
Scivolò lento verso la costa da cui era venuto –
E fu la pace – il Paradiso!

È un viaggio da pelle d’oca quello che Emily Dickinson ci fa fare in questa raccolta di poesie, “Sillabe di seta”. Ogni verso ha in grembo l’intera anima della poetessa. Ci eleviamo con le sue parole, la realtà fisica viene accecata e, imbambolati, ipnotizzati, ammaliati, rapiti, assistiamo alle immagini nitide e alla profonda emozione che Emily Dickinson crea.

Nata nel 1830 ad Amherst nel Massachusetts, a trentasei anni scelse la solitudine e decise di rinchiudersi per sempre in casa, nella sua camera, e di vestirsi esclusivamente di bianco. Custodiva le poesie nel cassettone della camera da letto, dove restarono recluse, come lei, fino alla sua morte, nel 1886.

Dalla finestra della camera posta al primo piano della casa, la Homestead, Emily Dickinson guardava le colline, le strade, il mutare delle stagioni. Scriveva e leggeva in totale silenzio, con la porta leggermente socchiusa. In camera potevano entrare soltanto la sorella Lavinia e ogni tanto i bambini (i nipoti o i figli dei vicini). Potrebbe sembrare una prigione, ma per Emily Dickinson, la camera era il suo regno, un punto di osservazione privilegiato.

Sarei più sola –
Senza la Solitudine –
Mi è talmente familiare il mio Destino –

Di lei si conosce pochissimo, ha vissuto la vita attraverso ciò che scriveva e leggeva. È difficile far uscire Emily Dickinson dalla sua stanza, trovare le tracce della sua esistenza, scovare impronte tangibili, eppure le sue poesie sono spazi aperti, sconfinati. Come si può raccontare la vita non avendola mai vissuta? Come si può avere così tanta saggezza?

Così denudate, così scolpite, le parole (il verso) le permetteranno di raggiungere il mondo, realizzeranno il suo desiderio, non solo di sapere, ma di incontrare se stessa. Queste sono le parole di Barbara Lanati, curatrice della raccolta “Sillabe di seta” e, probabilmente, la più grande conoscitrice italiana di Emily Dickinson (ha avuto l’invidiabile coraggio di scrivere una sua biografia, ormai quasi introvabile).

Emily Dickinson nelle sue poesie si rapporta con la Natura, con Dio, con la vita e con la morte. Conversa con loro non da suddita, ma come un essere alla pari; affronta l’amore e le parole trasudano sensualità.

Accadde con semplicità –
Mi chiese se ero sua –
Non gli risposi con le Labbra
Ma con gli Occhi –
Allora Lui mi sollevò in alto
Al di sopra del rumore del mondo
Come fossero Cocchi e Ruote
Che rapidi portavano lontano.
Sotto di noi si allontanò la Terra
Come i Campi sotto i piedi
Di chi si affacci da una Mongolfiera
Su una strada di Etere.
Alle nostre spalle – nessun Abisso,
E nuovi Continenti –
Fu l’Eternità prima che
Dell’Eternità fosse il momento.
Per noi non c’erano Stagioni –
Non c’era Notte, non c’era Mezzogiorno –
Soltanto l’Alba che si fermò in quel punto
E lo ancorò all’Aurora.

I suoi versi sono più potenti di ogni tentativo di raccontarla, riempiono tutto, volano via da quel cassettone, da quella stanza e si elevano, al di sopra del rumore del mondo.

Che sia io la tua estate
Quando l’estate sarà lontana!
E la tua musica, quando allodola
E pettirosso taceranno!

Saprò evitare la tomba e fiorirò per te
E seminerò promesse di fiori
Ovunque! Ti prego coglimi –
Anemone –
Tuo fiore – per sempre!

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