In breve tempo, ciò che queste persone speciali possedevano cominciò a venire naturalmente trasmesso da madre in figlia, da figlia a nipote. Non solo la saggezza e le conoscenze, ma anche alcuni poteri particolari.

Mia è una bambina di tredici anni che ha deciso di non andare più a scuola. Non riesce a fare gruppo con le compagne di classe, non vuole più fingere di interessarsi a cose che non le piacciono, si è arresa e si è ritrovata a essere sola. Per questo motivo la madre decide di farle cambiare aria e di farle trascorrere l’estate con la nonna.

La casa della nonna è sui monti, in un bosco. Si raggiunge dopo vari tornanti e dopo aver attraversato una stradina sterrata fiancheggiata da alberi che formano un lungo arco. È una dimora informale, rustica, immersa nella vegetazione. Arrivando si avverte già l’odore della colazione appena cucinata, un gallo dà il benvenuto. La madre lascia la figlia alle cure della nonna e va via.

La nonna di Mia non ha ancora tutti i capelli bianchi e non è giapponese, ma inglese. Si era trasferita in Giappone dopo essersi innamorata di suo marito, ormai morto. Prima di morire e di lasciarla sola, di nascosto aveva piantato un campo intero con fragoline di bosco, come regalo per il suo compleanno. E su questi rubini nonna e nipote iniziano la loro sorellanza. Raccolgono le fragoline, riempiono secchi interi per fare la marmellata. Il primo gesto di semplicità.

“Tu conosci le streghe, Mai?”

“Le streghe? Intendi quelle che si vestono di nero, volano sulle scope e usano la magia?”

“Sì. Be’, anche se suppongo che in realtà quasi nessuna volasse su una scopa.”

Mentre prende il cestino da cucito per fare un vestito da giardino alla nipote, le svela di essere una strega, la Strega dell’Ovest. Dopo lo sbigottimento iniziale di Mia, la nonna le racconta quando ha avvertito di essere diversa e cosa è in realtà una strega.

“Allora la gente viveva affidandosi alla saggezza e alle conoscenze tramandate dalle generazioni precedenti. Per esempio le nozioni riguardo le piante medicinali o i trucchi per convivere con una natura ostile. La capacità di evitare i problemi prevedibili o di superarli.”

Perché in “Un’estate con la Strega dell’Ovest” queste sono le streghe. Non volano su scope, non hanno bacchette magiche, non manipolano gli elementi, non hanno cappelli a punta rattoppati, ma vivono in comunione con la Natura, la amano, la conoscono e sanno utilizzare i doni che Essa offre loro. Le streghe di Kaho Nashiki sono donne che vivono della semplicità della vita. Ed è proprio la semplicità che la Strega dell’Ovest insegna alla nipote, oltre al potere più grande che un essere umano può possedere: la forza d’animo.

Strega lo è anche la scrittrice, Kaho Nashiki (nata nel 1959 nella prefettura di Kagoshima), perché conosce le piante e conosce i “trucchi della nonna”. Sa che piantare l’aglio vicino alle rose scaccia gli afidi e le fa profumare di più, che innaffiare le piante dell’orto con un infuso di menta e salvia allontana bruchi e altri insetti che altrimenti avrebbero mangiucchiato le foglie.

La Strega dell’Ovest conosce ricette di dolci e prepara le marmellate, raccoglie le uova delle sue galline, appende una cipolla alla testiera del letto per far dormire meglio la nipote e le insegna a maneggiare con cura la pianta di celidonia perché è velenosa. Parlano della morte, provano ad averne meno paura. La strega insegna a Mia che siamo anima, ma che siamo anche corpo; che l’anima quando lascia il corpo è finalmente libera.

L’insegnamento più importante che la nonna dona a Mia è però questo: ogni sofferenza non è una ferita mortale. Bisogna ripeterlo come un mantra: non è una ferita mortale. Così, in questo modo, anche se in quel momento non ti sembrerà, da qualche parte nel tuo corpo e nella tua mente nascerà il seme di una nuova forza vitale che germoglierà con vigore.

La Strega dell’Ovest ha un luogo speciale che ha battezzato “my sanctuary” e che si trova ai confini della sua proprietà. È un piccolo lembo di terra che cura come se fosse la sua anima o un ricordo da preservare, non vuole rovinarlo. Pianta dei gigli, della genziana, viole, qua e là bulbi di bucaneve come dei tesori nascosti. Non permette nemmeno a Mia di guastarlo per farci un orto, le insegna a rispettare il suo spazio e che la libertà dell’una finisce dove inizia la libertà dell’altra.

Dopo questo breve romanzo, alla fine del libro ci sono anche tre racconti aggiuntivi (La storia di Blackie, Un pomeriggio d’inverno, I rametti nel fornello) che danno ancora più potenza alla storia principale perché c’è quello che avremmo voluto sapere di più. Dei tre ho amato particolarmente “I rametti nel fornello” in cui la nonna è la voce principale e ogni pagina è intrisa di malinconia, di odore di tè nero, di magnolie sbocciate, di funghi fantasma, di nebbia, di pioggia e della sicurezza del calore di un fornello a legna.

“Un’estate con la Strega dell’Ovest” di Kaho Nashiki è un libro semplice come la storia che racconta. I personaggi che lo abitano fanno quello che dovremmo fare tutti quanti, pesare il meno possibile sulla superficie della Terra, riuscire a riconciliarci con la Natura e a trasformare ogni gesto semplice in un rituale di magia. Dovremmo tutti essere delle streghe.

“Al mattino mi sveglio. Ci sono stagioni in cui a quell’ora è ancora buio, e altre come questa in cui il sole è già sorto e c’è abbastanza luce. L’aria è fresca e sento che è cominciato un nuovo giorno. Metto l’acqua a bollire per prepararmi il tè. Poi esco in giardino e mi godo la bellezza della natura. A volte scopro che qualche pianta che non mi aspettavo si è silenziosamente fatta strada con i suoi germogli, o si è riempita di boccioli, oppure delle nuove foglie verdi scintillano ricoperte di rugiada del mattino. Il giardino cambia ogni giorno. Poi comincio a lavorare. Non voglio altro che questo. Sapere le cose in anticipo mi porterebbe via il gusto della sorpresa. Per questo non mi serve.”

7 pensieri riguardo ““Un’estate con la Strega dell’Ovest” di Kaho Nashiki

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