Erano giornate di pioggia intensa a Roma, in quel marzo del 2016, quando telegiornali e quotidiani annunciavano il terribile omicidio di Luca Varani. In poche ore divenne il principale argomento di conversazione, ne parlavano tutti, «Hai letto?» «Hai sentito?» «Hai visto che è successo?». Faceva orrore la modalità dell’omicidio, un ragazzo di ventiquattro anni ucciso con numerose coltellate e colpi di martello. Un’ira omicida folle, messa in atto da altri due giovani ragazzi, Manuel Foffo e Marco Prato. A sconvolgere i romani fu soprattutto il fatto che Luca Varani poteva essere chiunque, qualsiasi altro ragazzo, finito per caso nella trappola della roulette mortale.

Poco alla volta, iniziarono a emergere anche altri dettagli. Uno dei due assassini era vestito da donna, si parlava di un festino con droga e alcol, del fatto che Luca Varani si trovava lì perché ingaggiato come “marchetta”. Si faceva a gara per chi avesse più amici in comune su Facebook con Marco Prato e per chi era stato più a rischio di poter essere lì, trafitto al petto da quel coltello. Mentre per Manuel Foffo c’era la protezione della normalità, era uno come tanti, indistinguibile, Prato al contrario era una sorta di VIP a Roma, organizzava eventi, famosi aperitivi e serate nei locali, e per questo motivo era presente nelle cerchie di amicizie di chiunque.

Nicola Lagioia, vincitore del Premio Strega nel 2015 con il suo romanzo “La ferocia”, fu contattato dalla redazione del Venerdì di Repubblica, pochi giorni dopo l’omicidio, per scrivere un approfondimento sul caso. Se inizialmente diede un rifiuto categorico, alla fine decise di accettare. C’era qualcosa in quell’omicidio che aveva fatto emergere in lui vecchi ricordi, l’intera storia gli era sembrata familiare. Non riusciva a sottrarsi a quel caso, a smettere di pensarci giorno e notte. Alla fine decise di accettare, pur non avendo mai scritto di cronaca nera; era un’opportunità per lui di specchiare i suoi fantasmi in questi altri.

Sullo sfondo del caso Varani c’è una Roma coraggiosamente dipinta come non si vorrebbe mai venisse pennellata. Ho letto molti pareri dei lettori che hanno tacciato le descrizioni della città come eccessive, volutamente esagerate per rendere la storia ancora più memorabile, come se già non lo fosse. Io sono l’ennesimo ragazzo del Sud giunto a Roma per lavoro, ormai dieci anni fa, e sono rimasto turbato dalle parole di Lagioia quando ne parla, proprio perché Roma è esattamente come la descrive. È decadente, cade letteralmente a pezzi. Invasa dai topi che ti fuggono tra le gambe quando sali in macchina o passi accanto ai bidoni dell’immondizia. Sacchi di rifiuti che arrivano fino a metà carreggiata, dilaniati dai becchi feroci dei gabbiani incattiviti, affamati, che ti strappano pizzette dalle mani e cacciano i piccioni. Pratiche burocratiche impossibili da espletare, autobus che esplodono, prendono fuoco, scioperi, manifestazioni, lavori in corso, maleducazione gratuita in ogni luogo. E se piove, e se piove allora l’apocalisse.

La pioggia su Londra o su Parigi è la dimostrazione di come una città moderna, all’occorrenza, possa prendere le forme di una nave da crociera: dal suo interno si può osservare il mare in tempesta bevendo tranquillamente un tè, seduti tra ottoni luccicanti. La pioggia a Roma ricorda a tutti che la modernità è un battito di ciglia nell’infinito svolgersi del tempo. Quando piove a Roma i tombini saltano, il traffico va in tilt, i rami si spezzano e cadono dagli alberi. Come le lampadine di una serie difettosa, le stazioni della metro smettono di funzionare una dopo l’altra. Le idrovore escono da depositi carichi di ruggine, in breve restano bloccate tra le auto.

Roma è quella città che vuoi abbandonare, buttarti alle spalle, ma che alla fine ti richiama a sé; in qualche modo si fa perdonare. È impossibile star lontani da Roma. Nicola Lagioia ci prova, va a vivere a Torino dopo aver avuto un’offerta di lavoro, ma dopo poca ritorna. Gli mancava l’aria. Gli mancava Roma.

Il caso è ricostruito in maniera molto letteraria, con il ritmo tipico di una non fiction novel, azzardo un paragone, per far intendere le caratteristiche, con Compulsion di Meyer Levin. Si inizia con il caso di cronaca, l’annuncio dell’omicidio, per poi andare a scavare nel cosiddetto abisso, per far risalire impetuosamente il fondo del pozzo verso chi sta guardando all’interno. La ricostruzione è magistrale, serrata, segue un ordine cronologico, leggiamo interrogatori, verbali, interviste. Conosciamo da vicino i protagonisti della vicenda; Manuel Foffo e il suo odio verso il padre e una vita che non ha completamente scelto, Marco Prato e il suo voler essere una donna, Luca Varani e la sua adozione e la vendita del suo corpo.

Il faro è puntato soprattutto sul male, il male che a un certo punto, se sollecitato può trasformarsi in un mostro e rapire vite per essere finalmente sazio. Nicola Lagioia cerca di porre il lettore non nei panni della vittima, che siamo abituati a indossare, ma in quelli dei due carnefici. Dentro di noi c’è il male? In che quantità è presente? Possiamo tenerlo a bada, o situazioni, coincidenze e incontri potrebbero aprire la gabbia in cui è recluso? Manuel Foffo e Marco Prato hanno commesso l’omicidio perché non erano chi volevano essere? Hanno ucciso per far morire la parte di loro indesiderata? L’enorme quantitativo di cocaina sniffata è comunque sufficiente per questo orrore? Hanno ucciso perché la sorte ha voluto che due mali simili si incontrassero? Singolarmente avrebbero mai ucciso? Sono tante domande per le quali non esistono risposte. Ci si interroga per riflettere, per non dare nulla per scontato.

Nicola Lagioia prova a essere sopra le parti, a non esprimere alcun giudizio, né sul caso in sé e né sulle persone coinvolte, per dare una visione “genuina” dell’insieme. Non ci è riuscito del tutto, forse perché un romanziere riempie ogni singola parola di tante cose, e ho trovato che ci fosse del giudizio su Ledo Prato, il papà di Marco. È scontato dire: prova davvero a essere nei suoi panni per capire e giustificare il suo comportamento. Luca Varani, invece, pur essendo la vita che è venuta a mancare, il corpo brutalizzato e ridotto in brandelli, sembra avere un ruolo un pelo marginale. Dove è la liberazione di Luca?

Questi aspetti potrebbero sembrare dei difetti, magari lo sono, ma per come è stato impostato il libro, secondo me non bisogna metterci un peso sopra da novanta. L’attenzione è volutamente direzionata in ciò che l’autore ha voluto raccontare; il libro non è la sintesi ultima del caso di cronaca.

“La città dei vivi” è un’opera letteraria che non si fa leggere, ma divorare. Diventa un’ossessione, un rimbombo nella testa, è un aspiratore di ossigeno destinato a farti boccheggiare quando arrivano le pagine fatali. È un libro scritto talmente bene da far stare male, nella testa e nel fisico. Ne hanno tratto anche un podcast omonimo, davvero ben fatto, per chi questa dipendenza dal libro ancora non l’ha curata.

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