Quando avevo diciassette anni e obbedivo totalmente ai più solleciti comandi del cuore, mi allontanai dai cammini della normalità e nello spazio di un istante rovinai ogni cosa che amavo, così profondamente amavo.

Era una notte densa e afosa, quella di Chicago del 12 agosto 1967, quando David Axelrod, teso e malato di amore, decise di dare fuoco alla casa dei Butterfield. Gli era stato proibito, ormai da diciassette giorni, di poter entrare in quella casa e vedere Jade, la sua amata. Così, per costringere l’intera famiglia Butterfield a uscire e finalmente avere un confronto con lui, aveva dato fuoco all’edificio; un fiammifero lasciato cadere su un mucchietto di giornali predisposto in veranda. Doveva essere un semplice fuocherello, giusto per attirare l’attenzione, per far penetrare l’odore del pericolo nelle narici dei genitori di Jade. Ma la fiamma aveva attecchito molto bene, divampando in un vero incendio, sbriciolando la casa, ma lasciando in vita gli abitanti.

David era ben voluto dai Butterfield, ormai era considerato uno di famiglia, addirittura era stato acquistato un letto matrimoniale per permettere alla loro figlia, Jade, di dormire con lui, per farli stare comodi. Con il passare dei giorni il loro legame era diventato totalizzante, troppo, forse. Ossessivo. Quell’amore stava riverberando pericolosamente verso l’esterno, colpendo furiosamente tutti gli osservatori, destabilizzando, terrorizzando, e srotolando un tappeto di invidia, o di ammirazione. Dovevano essere fermati, bisognava sconfiggere quel mondo nuovo che Jade e David stavano costruendo, quella cosa più vera del mondo vero.

Il tentativo di avere un confronto con i Butterfield lo ha condotto, però, in un centro di riabilitazione per la salute mentale, completamente isolato e dove non poteva fare altro se non implorare e ricordare, giurando il suo amore con l’ardore dell’esiliato e scrivendo lettere e poesie per spiegare al mondo quello che lui e Jade avevano trovato; imprigionato da un’ingiunzione del Tribunale che lo vorrebbe lontano da lei, in una libertà vigilata, che però non può avere prese su un qualcosa che ha escluso la concretezza grigia della realtà.

«Mi resi conto che voi due non dormivate praticamente più – ma collegavo ciò al bizzarro potere dell’amore che nutrivate l’uno per l’altra. Io stessa mi ritrovai a desiderare l’insonnia perché riconobbi cos’essa rappresentasse in voi due – un rifiuto a separarvi.»

Avevo “Un amore senza fine” di Scott Spencer in libreria da più di un anno, acquistato perché sapevo che avrei voluto leggerlo, non per forza dopo averlo portato con me a casa. Sentivo che non bastava metterlo nella mia lista desideri, per un futuro eventuale. Doveva essere lì, tra gli altri miei libri, a impolverarsi e attendendo pazientemente che io mi abituassi alla sua presenza.

L’ho avidamente cercato, poi, una sera quando l’amore non mi faceva stare più al centro della parte migliore e coraggiosa di me, quando tentavo di catturare quelle emozioni di incanto che lentamente stavano dissolvendosi, ma era come tirar su il chiaro di luna dall’acqua. Avevo bisogno di un’ispirazione, che qualcuno mi facesse tornare in mente come ci si sente, a essere innamorati; sentire la necessità, anche sbagliata, di cancellare i corpi, in due, per esplodere fuori sotto forma di pura materia.

Sono stato uno dei personaggi non protagonisti di “Un amore senza fine”, quelli ammaliati, come il padre di David e la madre di Jade. Sono stato affamato come loro, insaziato a causa di questo amore che non c’entrava niente con il resto, più vero dei due amanti stessi. Ho desiderato, ossessivamente, questo legame; avrei voluto sfilarlo a loro due, come la conquista del fazzoletto nel gioco di rubabandiera, il più veloce di tutti.

L’amore di David e Jade pretende ogni fibra, non solo del loro essere, ma anche dei loro corpi. Vogliono sfregarli, scorticarli, cancellarli, andare oltre al piacere sessuale, continuare fino a smettere di sentirsi.

Il nostro odore si levava dal materasso fremendo come un lenzuolo bagnato. Le molle del letto fischiavano, cinguettavano, gemevano. Il suono dei nostri corpi in quell’umidore pareva uno scalpiccio tra l’erba bagnata, passi che schiacciavano le minuscole bolle di rugiada.

Scott Spencer scrive dannatamente e miracolosamente bene. Se il tutto era già perfetto, lui però ha voluto scorticarmi la schiena, intrufolandosi tra le costole, scrivendo quel maledetto capitolo 14, settantotto pagine di fusione tra due corpi, di un singolo e ripetuto atto sessuale, di una sola notte vissuta in una stanza di hotel a New York; David e Jade che donano un sacrificio di sangue, come fossero al tempio di una divinità, per chiedere l’immortalità del loro amore. Pagine sensuali, carnali, feroci, che risucchiano lo stomaco con una cannuccia, così tese che, loro restano intatte, ma dentro di te qualcosa si spezza.

“Un amore senza fine” è un libro complesso, denso, ogni parola è pesata e pesante. La scrittura è come l’ossessione che provano vicendevolmente David e Jade, ha effetti sull’esterno. Scott Spencer non ti ci fa arrivare, ma ti ci porta direttamente al bordo del precipizio, dalle prime parole, “… nello spazio di un istante rovinai ogni cosa che amavo, così profondamente amavo“. Ti tiene lì, facendoti piangere per tutte le emozioni che provi, alcune nemmeno sapevi esistessero, sono belle, altre però fanno paura, e in fine ti butta giù, ormai liberato da ogni insazietà.

Non c’è orchestra, né pubblico; c’è un teatro vuoto nel mezzo della notte e tutti gli orologi del mondo stanno scandendo. E adesso per l’ultima volta, Jade, non m’importa né domando se sia pazzia: io vedo il tuo volto, ti vedo, ti vedo, in ogni posto ti vedo.

4 pensieri riguardo ““Un amore senza fine” di Scott Spencer

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