Arrivammo con le pance piene. Doloranti. Il ventre nero, carico d’acqua scura e fredda, e di lampi e tuoni. Venivamo dal mare e da altre montagne, e chissà da quali altri luoghi, e chissà che cosa avevamo visto.

Inizia così “Io canto e la montagna balla” di Irene Solà. A raccontare non sono persone, ma nuvole gonfie e nere, gravide, pronte a partorire la pioggia, a illuminare la notte con i loro fulmini. Sotto la pioggia, uscito per andare da quel versante della montagna, c’è un uomo, Domènec, lì a provare dei versi, perché quando si è da soli non c’è bisogno di recitare versi a bassa voce. La Natura, maestosa e terribile, fa sogghignare le nuvole, che imbecille quell’uomo a farsi sorprendere dal temporale!, ridono e lasciano che la loro acqua fredda gli si infili nel collo della camicia, scenda giù lungo le spalle, la schiena, provocandogli malumore. Scatenano un altro fulmine, che si infila diritto nella testa dell’uomo, dentro, sempre più dentro fino al cuore.

Un inizio di storia terribile, implacabile come la Natura raccontata. Non fa sconti a nessuno questa Madre, se la ride nel vedere la sua potenza. Addirittura pensa di essere stata magnanima lanciando solo pioggia e fulmini; con la grandine avrebbe potuto distruggere ogni cosa sul quel versante dei Pirenei.

Quell’Io del titolo, quell'”Io canto”, sta a indicare una moltitudine che diventa unità, un tutt’uno senza gradi di separazione. Nel romanzo ogni cosa ha un’anima e tutti sono chiamati a raccontare: nuvole, infatti, ma anche persone, animali, funghi, fantasmi, streghe, morti. Raccontano l’attimo che vivono, il presente che, però, miracolosamente, si trasforma in una eternità, annientando il concetto stesso di presente, di passato o futuro. Tutti i partecipanti alla Vita diventano, insieme al loro tempo, una entità unica, fusa nel grembo della Madre.

Le loro voci, impetuose, sussurrate, suadenti, impaurite, malefiche, partecipano alla creazione di questa piccola comunità di montagna, sui Pirenei, alla sua vita, ai suoi segreti, alle sue tradizioni, alle scaramanzie, alle leggende e alle fiabe. Domènec, sua moglie Siò, “otto anni e non guarisce. Non forma la crosta questa mancanza maledetta“, i loro figli gemelli Hilari e Mia; l’amico mezzo gigante dei gemelli, Jaume. Ci sono le encantades, le streghe che fanno fatture e cambiano il cielo, “poi uno dopo l’altro, baciammo l’ano al diavolo, che a volte aveva la forma di un gatto a tre colori e a volte quella di un caprone e ci chiedeva ‘starai con me, brava ragazza?’, e tutte rispondemmo sì“. E poi Prim, Neus, la piccola Palomita, Cristina. Ma ci sono anche le trombette dei morti, “è arrivata la notte umida, il giorno umido, e siamo cresciute. Piene. Piene di ogni cosa. Piene di sapere, di conoscenza e di spore“. Il primo capriolo, appena uscito dal grembo di sua madre e che impara subito a correre, “Se senti un rumore che non ti piace. Se senti un odore che non ti piace. Tu corri, corri, con queste zampette fatte per correre forte”. E poi le nuvole, il cane di Mia, e la Terra stessa nella sua raffigurazione della tettonica a placche che ci ricorda che moriremo, che nulla dura a lungo. E nessuno ricorda il nome dei vostri figli.

Raccontare questa profondità necessita di una scrittura unica come quella dell’autrice Irene Solà che riesce, come per incantesimo, a riempire le pagine di densità. È un romanzo che si legge come una poesia, alcuni passaggi acquistano proprio un suono cantilenante nella nostra bocca, nel suo senso positivo. Le frasi sono arricchite di onomatopee, parole ripetute, metafore, sinestesie, e il tutto non pesa affatto, non rende difficoltosa la lettura, non la fa incespicare, tutt’altro! Verrebbe da leggerlo ad alta voce, magari su un versante di una montagna, decantandolo alla montagna. Verrebbe da leggerlo come se fosse l’incantesimo che esso stesso scatena, “Io canto e la montagna balla”, facendoci vivere un tumulto del nostro Io primordiale, facendoci sentire fragili ma eterni, perché anche la morte non è mai qualcosa di definitivo.

Vieni, madre, insieme canteremo
melodie per addormentare i pianti,
strofe per confortare le gioie,
canzoni per far ballare i morti.

2 pensieri riguardo ““Io canto e la montagna balla” di Irene Solà

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