Ma che cos’era la felicità se non un eccesso, una condizione impossibile da mantenere, in parte perché era un concetto troppo difficile da esprimere? Non ricordava di essere stato in grado, da bambino, di dare una definizione di felicità: c’erano solo tristezza, paura e l’assenza di entrambe, e quest’ultima era la sola cosa di cui avesse bisogno o che desiderasse.

È trascorso più di un mese da quando ho terminato la lettura di “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara, eppure mi ero promesso che ne avrei scritto subito, perché avevo il timore che il passare dei giorni avrebbe mutato qualcosa del turbamento provato alla sua conclusione. Ogni volta che decidevo di aprire il computer per scrivere, non mi sentivo pronto ad affrontarlo nuovamente, anche solo riviverlo ricercando le pagine sottolineate. Mi sono sempre sentito incapace di raccontarlo.

Il protagonista assoluto del romanzo è Jude, di cui inizialmente si conosce pochissimo. Gli stessi suoi amici, Willem, Malcom e JB, non sanno chi sia. Non lo vedono mai con nessuno, non sanno da dove viene, di che razza sia, eterosessuale, omosessuale, magari post-sessuale, post-razziale, post-identità. Jude è il Post-Uomo, un essere umano che ha perso le sue caratteristiche. Il fisico stesso ha perso le sue caratteristiche iniziali, qualche mostro del passato lo ha reso zoppo, perennemente in sofferenza, talvolta bisognevole di una sedia a rotelle, continui e insopportabili sono gli attacchi di dolore che lo colgono, che lo stringono a terra.

Jude ha dentro di sé una creatura viva – lui la immagina piccola e irsuta come un lemure – vigile e pronta a scattare, con i suoi occhi scuri e lucidi costantemente rivolti all’orizzonte in cerca di potenziali pericoli. La creatura si rilassa e si accascia al pavimento soltanto quando ha superato un’altra giornata, quando è stata capace di non rivelare ancora nessuno dei suoi segreti. Solo allora merita di riposare e prepararsi a un’altra giornata da trascorrere nel mondo.

Era stato Fratello Peter, che gli insegnava matematica e gli ricordava sempre che fortuna avesse avuto, a dirgli che lo avevano trovato in un bidone della spazzatura. «In una busta con dentro gusci d’uova, insalata scaduta e resti di spaghetti – e te».

Tempo dopo, come per confortarlo, gli smentiscono la notizia; non era stato trovato dentro a un bidone della spazzatura, ma vicino. Ed è lì che, al lettore, sembra essere nato Jude. Non dal grembo di una madre, ma dalla putrescenza, partorito da una nube fatta della cattiveria degli uomini. Nato per canalizzare e far esprimere il loro male che sembra sempre raggiungere l’apice, ma che sorprendentemente non viene mai raggiunto. 

Il romanzo è un susseguirsi, nel presente, di eventi dolorosi, che ledono ogni umana dignità, ma anche il racconto a specchio della vita precedente di Jude che fa luce, per quanta luce possa esserci in un testo del genere, sul perché si è arrivati a ricercare la solitudine dell’anima, condizione preferibile a qualunque altra sensazione, e a provare conforto nel rendere a brandelli la propria pelle.

Jude però è anche colui che canalizza l’amore, è il centro indiscusso delle attenzioni dei suoi amici: Willem l’attore, JB l’artista e Malcolm l’architetto. Condividono le loro vite dai tempi del college, in una cittadina del New England, a quando poi decidono di spostarsi, sempre insieme, a New York. Per Jude loro hanno uno speciale riguardo, fatto di estrema dedizione e sensibilità. Lo curano in punta di piedi, con il timore di premere troppo e scalfire l’involucro sbriciolante che lo riveste. Lo stesso Jude prova a prendersi cura di sé, o almeno ha immaginato che potesse farlo scegliendo la facoltà di legge e decidendo di diventare il migliore degli avvocati, per procurarsi gli strumenti necessari a proteggersi ed essere sicuro che nessuno potesse più fargli del male. Jude si sente in colpa nei confronti dei suoi amici, perché non è in grado di ricambiare il loro amore, né con affetto e né con del denaro, ma riconosce l’importanza dell’amicizia e l’effetto benefico che ha su di lui. «Poi sono andato al college e ho conosciuto persone che, per qualche motivo, hanno deciso di diventare miei amici, e mi hanno insegnato… tutto, a dire il vero. Mi hanno reso, e continuano a rendermi, una persona migliore». L’unico atto di riconoscenza che può permettersi nei loro confronti è quello di insegnare l’amicizia a Felix, un giovane ragazzo in cui si riconosce e a cui dà ripetizioni.

«L’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive -, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante. Credimi. Lo sforzo maggiore non consisterà nel trovarli, ma nel tenerli stretti, però te lo prometto, ne varrà la pena»

Dei tre amici, Willem è sicuramente quello che ha un ruolo più importante, sia perché è descritto come la persona che tutti meriteremmo di avere al proprio fianco, sia perché diventa il compagno di Jude. Le pagine che descrivono il loro amore sono le più belle e le più potenti e sono quelle che più mi hanno dato modo di riflettere sul significato dell’amore, sulle sue possibilità e sui suoi limiti. L’amore che Willem dona a Jude rappresenta il vero primo amore che Jude riceve, e questo altera inevitabilmente ogni cosa, con i continui tentativi di scoperchiare il passato e aprire gli armadi degli scheletri. Jude non è abituato, non lo riconosce, il suo corpo rifiuta l’amore e i momenti di felicità che da esso ne derivano. Ogni gesto di Willem gli causa un continuo tormento e il rifiuto. Non è in grado di dare un valore equilibrato all’affetto e ai gesti, non riesce a discernere dal perché questi vengono fatti e dal perché poi non vengono fatti; ogni cosa è processata dalla sua disfunzione. Sul piano sessuale è ancora peggio, perché Jude odia il sesso, lo odia dal momento in cui questo lo ha imputridito da capo a piedi, violentemente e senza nessuna umanità. Willem avrebbe potuto mollare tutto, ma non lo fa, così ne parlano e cercano un modo per amarsi, nonostante le difficoltà. Capiscono che in ogni relazione c’è qualcosa di incompiuto e di deludente, qualcosa che va cercato altrove. Ogni relazione non può dare tutto ciò di cui si ha bisogno. Può darti qualcosa. Di tutte le cose che puoi volere da una persona – l’alchimia sessuale, o una conversazione brillante, un sostegno economico, compatibilità intellettuale, gentilezza, lealtà – puoi sceglierne al massimo tre. Il resto devi cercarlo altrove. Nel mondo reale, devi scegliere quali sono le tre qualità con le quali vuoi trascorrere la tua vita, dopodiché puoi cominciare a cercarle. Se continui a pretendere di trovare tutto, finirai per rimanere senza niente. Willem e Jude hanno imparato questo, individuato il meglio che potevano offrire l’uno all’altro ed esserne felici.

E poi c’è Harold che, come lo descrive Hanya Yanagihara, è una di quelle persone che ti straziano il cuore, disposte a compiere un gesto di altruismo in modo disinteressato. Lui e la moglie Julia, infatti, decidono di adottare Jude, anche se lui è ormai adulto, e di diventare a tutti gli effetti i suoi genitori legali. E anche qui, scopriamo riflettiamo su un altro tipo di amore, quello genitoriale. E come per l’amore di coppia che ha previsto la soluzione non ordinaria che l’uno dei due trovasse il sesso oltre all’ambiente casalingo per una maggiore pace, qui troviamo riflessioni che un po’ spaventano sull’essere padri e madri. L’amore per un figlio non è la forma di amore superiore, più importante, più nobile di tutte le altre, ma è un amore che si fonda sulla paura. «Non conosci la paura finché non hai un figlio, e forse è questo che ce lo fa sembrare un amore così straordinario: perché la paura è straordinaria». Da genitori si pensa a quante probabilità di sopravvivenza hanno i figli in questo mondo e si prova sollievo quando un figlio muore e smetti finalmente di avere paura, perché quello che hai sempre immaginato alla fine si è avverato. Ecco, su questo ultimo passaggio sono stato giornate a rifletterci e mi sono detto diamine! forse è vero, ma non devo pensarlo. Oltre a questi pensieri, condivisibili o meno, che sono mine sotterrate tra le pagine, Harold e Julia hanno scelto di amare Jude come loro figlio e, con tutto lo strasbordamento di emozioni che esso prevede, si sono comportati come i migliori dei genitori, stringendo quella povera anima tra le loro braccia anche quando ad essere invocate erano le mani della violenza.

Era necessaria tutta questa violenza? Hanya Yanagihara aveva davvero bisogno di buttare in “Una vita come tante” questo stillicidio di sciagure e di desolazione? C’era bisogno di alzare in ogni capitolo il livello di dolore che Jude è costretto a sopportare? È una cosa che mi sono chiesto spesso, sia durante la lettura che a fine lettura. E alla fine sono arrivato alla conclusione che la scrittrice ha voluto che fosse così, era esattamente sua intenzione portare all’estremo il male che l’uomo è capace di compiere su un altro essere umano, per rendere così più grande anche il potere taumaturgico dell’amicizia e dell’amore. Credo che la stessa autrice abbia sentito questa urgenza, spingersi sempre oltre, per vivere il dolore, ma anche per emanciparsi da esso. Ho come avvertito che Hanya Yanagihara lo abbia fatto per se stessa, per arrivare in fondo all’anima, anche dietro agli angoli più scuri per raggiungere a una sanificazione, a una nuova versione di sé. Anche nella psicoterapia consigliano, quando abbiamo il timore che qualcosa di brutto possa accadere, di pensare proprio a quella eventualità, focalizzarci su di essa, e talvolta anche pensando a cose peggiori di quanto abbiamo previsto.

Ho riempito “Una vita come tante” di sottolineature, di pieghe, di post-it e di lacrime. Ho vissuto intensamente ogni pagina e non ho mai provato la sensazione di dovermene allontanare, perché nonostante tutto il dolore di inchiostro, questo romanzo è un posto caldo dove essere e restare. La storia di Jude è il centro dove si direzionano i dolori di tutti noi lettori. Non abbiamo vissuto quelle cose, ne abbiamo vissute altre, magari banali al confronto, eppure ci sentiamo vicini a lui, e spesso lo comprendiamo. Questa è una magia potentissima. Ho dovuto chiudere il libro un paio di volte perché avevo bisogno di alcuni secondi di calma e di perdere lo sguardo nel vuoto per assorbire. Una volta che si è entrati nel vortice è difficile riuscire a essere oggettivi su una storia del genere, scritta con così tanta mestizia, ma anche scorrevolezza.

Jude mi è entrato così tanto nel cuore che ho come l’impressione di conoscerlo, anche solo di vista, di poterlo incontrare per strada con la sua camminata claudicante, passeggiare accanto a Willem, in un tempo e in un luogo che non esistono perché infiniti ed eterni. Vorrei anche io poter fare nei suoi confronti uno di quei gesti di altruismo che straziano il cuore, per poter rendere anche la mia piccola vita, a little life, degna del suo dolore.

4 pensieri riguardo ““Una vita come tante” di Hanya Yanagihara

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