“La nave faro” di Mathijs Deen

Ma questo non valeva per una nave faro […] non arrivava mai da nessuna parte, né salpava mai. Una nave faro non ha un’elica, non ha un motore, sul ponte di comando non c’è un timone; non può far altro che ondeggiare, un po’ sconsolata, un animale che tira invano una catena.

A essere onesto, non avevo mai sentito, prima di leggere il libro, dell’esistenza delle navi faro, eppure ho sempre avuto un enorme fascino per quelle luci che nelle notti di tempesta indicano alle navi la via della salvezza. Ma una nave perennemente galleggiante, ancorata al fondo, senza timone né motore, ma con una ciurma, non l’avevo nemmeno immaginata. Ho fatto varie ricerche per appurare, a me stesso, l’esistenza e ho trovato la storia e le immagini di queste navi faro, ancorate lì dove il mare era troppo profondo da permettere la costruzione di un vero e proprio faro fisso.

I marinai di una nave faro si sentono prigionieri, l’unica cosa che permette loro di tirare avanti è l’attesa della nave che porta il cambio della guardia. Per un marinaio, lavorare su una nave faro non è come andare davvero per mare. Le navi sono fatte per salpare, navigare i mari, giungere in un porto pieno di nuove promesse. Un marinaio gira il mondo, conosce tanti porti, ha una mente aperta. La nave faro, al contrario, è una punizione, una fortezza contro gli uragani.

La Texel è una nave faro ancorata al largo della costa olandese. I marinai aspettano con ansia i pasti perché, come le tacche sul muro di una prigione, avvicinano il giorno in cui avrebbero potuto lasciare quella nave incatenata. Il cibo è preparato, in maniera molto diligente, da Lammert, il cuoco di bordo. Il cibo è la loro unica gioia e Lammert lo sa bene, e per questo motivo mette tutto se stesso nel preparare lo stufato migliore, nel rendere morbidissima la carne di manzo e cremoso il purè. Galleggiante su quelle enormi profondità, il cuoco lascia fluire dalla sua bocca una promessa, la preparazione di un piatto speciale, il Gule kambing. È un piatto indonesiano a base di carne di capra, verdure e spezie, cotto in latte di cocco. Lammert, però, è costretto ad apportare una variante: al posto di una capra, deve macellare un capretto appena svezzato.

«Se l’assaggi una volta, sai quanto può essere tenero uno stufato. E non te lo scordi più»

Il cuoco Lammert, quando è a terra, abita in una casetta costruita con mattoni giallo sporco, su una collina a distanza d’orecchio dal mare. Gli abitanti del villaggio accettano il fatto che è uno straniero soltanto perché è un uomo di mare. Proviene dalle Indie Occidentali. Nessuno conosce niente di lui, nessuno va a fargli visita. Dentro casa non ci sono oggetti che lo rimandano al suo passato, se non una fotografia che lo ritrae da bambino insieme al padre e alla madre. Tutto è stato riposto all’interno di un baule, messo ad ammuffire in soffitta. La scaletta che porta su, conduce oltre che alla soffitta anche alle tenebre del suo passato. Prima di tornare sulla nave faro decide di salirla per recuperare dal baule il ricettario della madre, e anche per ritrovare una nostalgia d’infanzia. Tra le pagine c’è un foglietto: Perché il piccolo Lammert li prepari secondo il suo gusto e le sue idee. Questi sono gli ingredienti base messi insieme da tua madre e da altre donne nei campi di Solo e Ambarawa (campi di prigionia per civili istituiti dai giapponesi dopo l’invasione dell’arcipelago indonesiano durante la Seconda Guerra Mondiale). Lammert cerca la ricetta del Gule kambing, il piatto della sua infanzia, per uccidere la mancanza di quella mamma sempre presa dalla preoccupazione, dalla miseria.

Si procura il capretto da Beitske, l’unica contadina rimasta sulla collinetta, che lo avverte di far attenzione perché un animale così su una nave tenterà sicuramente di scappare. Lammert riesce a portare il capretto sulla Texel, anche se più volte gli è stato vietato perché non si possono imbarcare animali vivi; un po’ come è vietato far salire le donne. Portano male. Riceve comunque il lasciapassare, perché più che un animale vivo, il capretto è una derrata alimentare.

Un altro personaggio di rilievo nel romanzo è il marinaio Gerrit Snoek, un trentenne molto schivo, sempre a testa bassa, con al seguito delusioni su delusioni, assillato da pensieri, a volte sente cose che non ci sono. Tiene un quaderno su cui appunta le condizioni climatiche, in particolare il rapporto tra i colori del cielo e quelli del mare, tra il cielo e la terra. Ama gli animali e per questo motivo si prende cura del capretto, insieme al cuoco. Lo svezza con biberon di latte bollente, lo tiene in braccio e insieme guardano il mare, lo accarezza sulla testa, lo tasta lì dove ci sono due accenni di corna. Il capretto scalcia per fuggire, ma Snoek lo tiene stretto e lo guarda negli occhi.

Vide lo sguardo di un rettile.

Una nebbia fitta, densa di incubi, si avvicina alla nave faro per inghiottirla. Da quando il capretto è salito a bordo, tutto il resto è precipitato. Quell’animale doveva essere solo uno stufato, e invece è diventato il male.

Quando ho capito che il romanzo stava prendendo questa direzione, ho avvertito dentro di me salire un’euforia non prevista. Avevo avuto il sentore che la storia, in realtà, non fosse solo una narrazione classica sul legame uomo-natura in luoghi impervi, ma mai avrei pensato – con mia incredibile gioia, essendo un amante del genere – che un male primordiale potesse fare capolino. Si percepiscono le atmosfere cupe e orrorifiche di film come The Witch e The Lighthouse di Robert Eggers, ci sono gli elementi migliori di entrambi i film riuniti in una sola storia; prendete il caprone Black Phillip e portatelo al faro. Permettetemi di essere meno professionale possibile: è una bomba pazzesca!

Le atmosfere ricreate sono potentissime. A parte la cupezza dell’animo dei protagonisti costretti a una prigionia sulla nave faro, il lettore sente perfettamente la presenza del male, e ne resta ammaliato, fuorviato. Ci sono la profondità del mare nero, una nebbia che risucchia qualsiasi emozione positiva, i bagliori del faro che tentano di penetrarla per indicare la salvezza alle navi, per evitare che queste possano scontrarsi con la Texel. Ci sono una luce cinerea e l’urlo incessante della sirena.

A questo punto non saprei dire se “La nave faro” di Mathijs Deen sia un romanzo dell’orrore, sicuramente lo è a livelli di eccellenza. Non leggevo un libro di genere così ben fatto da anni, un libro dove il male non viene spiattellato in faccia al lettore, con scene truculente o di forzata tensione. Il male è qualcosa che si avverte, attraversa le parole come se fosse una nebbia, si intrufola senza chiedere permesso, ma soprattutto ti prende di soprassalto, salta addosso quando meno te lo aspetti, e ne resti annientato. Ogni luce è ormai spenta.

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Comments 2
  1. Ti ho già detto che ora devo acquistarlo vero? La tua descrizione di come penetra il male in questo romanzo è irresistibile!

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