“Il mulino sulla Floss” di George Eliot

«Perché sei un uomo, Tom, e hai la facoltà, il potere di fare qualche cosa a questo mondo»

George Eliot è lo pseudonimo di Mary Ann Evans (nata nel 1819 nel Warwickshire). Scelse di utilizzare un nome da uomo, non perché le donne non potessero pubblicare o avessero meno possibilità degli uomini di farlo, ma soltanto perché in quel periodo storico era uso comune, una semplice moda. Infatti, l’utilizzo di pseudonimi maschili non era inconsueto per le scrittrici, le stesse sorelle Brontë divennero Acton, Currer ed Ellis Bell, invece che Anne, Charlotte ed Emily.

“Il mulino sulla Floss” è considerato un romanzo femminista o, come azzarda Anna Luisa Zazo nella prefazione, addirittura antimaschilista. Solitamente sono scettico di fronte a queste definizioni, soprattutto per quanto riguarda i classici, in particolare i classici scritti da donne, perché si tende a generalizzare raccogliendo nel calderone la totalità dei loro romanzi, facendo scemare la potenza di un movimento rivoluzionario. Io non so dire se “Il mulino sulla Floss” lo sia o meno, ma sicuramente Maggie Tulliver, protagonista del libro, più volte rimarca l’impossibilità di essere libera in una società in cui soltanto se sei uomo allora hai il potere di fare qualche cosa a questo mondo. La sua infelicità è causata dagli uomini che, senza bussare, hanno spalancato con forza la porta della sua sfera privata lasciando entrare la burrasca.

Sentivo il desiderio di leggere questo romanzo da molto tempo, ma c’era sempre qualche altro classico a superarlo. Potrebbe sembrare infantile, ma ho avuto la spinta decisiva grazie a una rosa che ho nel mio giardino che ha il nome di “The mill on the Floss”, proprio in onore del romanzo di George Eliot. È talmente bella che ho sperato di ritrovare altrettanta bellezza in queste pagine. Così è stato, con mia immensa soddisfazione, tanto da diventare uno dei miei classici preferiti.

Se dovessi delineare in breve la trama di questo classico direi che narra la storia dei componenti della famiglia Tulliver, proprietari di una modesta tenuta e del mulino di Dorlcote – loro fonte economica -, e della loro rovina a seguito della perdita di una causa legale, voluta dall’avvocato Mr Wakem, che li spoglia di tutti i loro averi, costringendoli alla miseria. Maggie Tulliver non è la protagonista assoluta del romanzo, lo diventa nell’ultima parte, ma è sicuramente il personaggio a cui il lettore inevitabilmente si affeziona perché è quello che subirà il cambiamento maggiore e soffrirà le pene maggiori, non solo quelle dovute alla rovina del patrimonio famigliare, ma anche quelle d’amore e quelle inflitte dalla società patriarcale e puritana, quindi giudicante. Se vi state chiedendo cosa sia la Floss, è un fiume che scorre lungo la proprietà del mugnaio Tulliver e sulle cui sponde si erge il mulino.

Maggie Tulliver è una bambina nata così come non doveva nascere, ha preso tutte le caratteristiche del padre, acquisendo quindi quelle virtuose qualità che avrebbe dovuto avere suo fratello Tom, che al contrario ha ottenuto le debolezze della madre. Ed è un assoluto male, perché una donna tanto intelligente quanto Maggie non può portare che fastidi. Sempre sui libri a leggere, sveglia e capace di elaborare pensieri propri. Viene sempre sgridata, umiliata e mai consolata, per questo motivo Maggie corre spesso su in soffitta, nel suo rifugio, e lascia uscire la rabbia, i suoi malumori. Spesso sfoga su un feticcio, una vecchia bambola, che ha riempito di chiodi, immaginando, in base ai diversi accadimenti, possa essere alternativamente un membro della famiglia.

Il mugnaio Tulliver per raddrizzare le sorti del suo unico figlio maschio decide di impartirgli una rigida educazione, mandandolo dal reverendo Stelling e investendo un bel po’ di capitale. Presso il reverendo c’è anche un altro ragazzo a seguire le lezioni private: Philip Wakem, il figlio dell’acerrimo nemico dei Tulliver. Ed è in uno dei giorni in cui Maggie va a far visita al fratello Tom che conosce Philip e se ne innamora di un amore fanciullesco. Probabilmente perché Philip è un ragazzo timido e racchiuso in se stesso a causa della sua gobba, e Maggie ha sempre provato tenerezza per gli esseri disgraziati, inferiori o probabilmente perché, a differenza del resto del mondo che giudica inappropriati i suoi occhi scuri e vispi, Philip le ha detto che sono diversi da tutti gli altri. Pare che vogliano parlare… vogliano parlare con dolcezza.

«A me non piace che l’altra gente mi guardi tanto; ma mi piace che voi mi guardiate, Maggie»

Come nelle più belle storie che si rispettino, deve esserci l’ostacolo insormontabile, il problema più grande che costringe i personaggi a fare la propria scelta, e, una volta fatta, non ci sarà mai più un punto di ritorno. Da quella scelta tutto cambierà. Maggie dovrà scegliere o di piegarsi alle sue inclinazioni e invogliare i suoi sentimenti d’amore verso Philip o di essere devota alla propria famiglia e, quindi, di non infangare la reputazione della stessa fidanzandosi con il loro nemico. Ad aggiungere dolore su dolore, entrerà in scena anche un altro uomo, Stephen, che si innamora di lei al primo sguardo, nonostante sia già fidanzato, con Lucy, la cugina di Maggie.

Qui inizia la terribile disfatta di Maggie Tulliver, sputata al centro di un cerchio infernale composto da soli uomini: il padre, il fratello Tom, Philip e Stephen. Tutti vogliono qualcosa da lei, chi con presunzione e chi con meno insensibilità. In ogni caso lei è mutilata da ogni libertà, fisica e intellettiva. La madre, come diremmo oggi, è vittima del sistema, della società patriarcale, devota alla sua funzione di moglie, e vede nella figura di Maggie un fastidio che avrebbe dovuto non esserci. Ed è durante questo dispiegamento di violenza che Maggie subisce il cambiamento maggiore, decidendo lei stessa di cambiare, rinunciando ai suoi desideri e appagando la volontà altrui per apparire loro come un essere da ammirare e di cui essere orgogliosi, aggraziato e modellabile.

Ho provato un’infinita tenerezza per Maggie, e non mi vergogno di affermare che le ho donato anche qualche lacrima. Il suo personaggio è così perfettamente costruito e riuscito da avere un’immedesimazione totale. L’intera storia è magistralmente raccontata, tra l’altro da un narratore onnisciente, che tutto sa, e che in alcuni passaggi del romanzo appare anche nella sua versione fisica, anche se mai lo vedremo per intero.

Ora posso tornare a volgere gli occhi verso il mulino ed osservare l’infaticabile ruota che spruzza via i suoi indiamantati getti d’acqua. Anche questa piccola bimba sta osservandola: è rimasta lì, sulla sponda del rio, sempre nello stesso luogo, da quando io mi sono fermato sul ponte.

“Il mulino sulla Floss” si discosta da altri romanzi classici, pensate a “Cime tempestose” e “Jane Eyre”, pur avendone alcune caratteristiche, è speciale a modo suo. Ha quella lentezza così rara oggi, quella necessità di non lasciare nulla al caso, ogni cosa è perfettamente delineata e il lettore conosce così bene i personaggi e il contesto storico da prevederne – in senso prodigioso – le vicende future e le scelte fatte. Vorrei raccontarvi tante altre cose, altri aspetti che hanno lasciato segni profondi in me, ma per farlo, inevitabilmente, dovrei rivelare troppo della trama e creare scontento come è successo a me leggendo la prefazione prima del romanzo. Lascio a voi la scoperta di uno dei più grandi classici della letteratura inglese.

«Oh, è difficile… la vita è tanto difficile. A volte mi par giusto di seguire i nostri sentimenti più forti; ma poi questi sentimenti contrastano di continuo coi legami che la vita in precedenza ci ha creati… i legami per cui altri fa assegnamento su noi… e ne sarebbe stroncato. Se davvero la vita fosse facile e semplice, come deve essere stata in paradiso, e noi potessimo sempre scoprire alla prima quell’unico essere verso il quale… voglio dire, se la vita non ci creasse dei doveri avanti che l’amore giunga, allora l’amore sarebbe il segno che due persone debbono appartenersi. Ma capisco, ma sento che ora non è così: ci sono cose nella vita a cui si deve rinunziare: alcuni di noi debbono rinunziare all’amore. Molte cose per me son difficili e oscure; ma ce n’è una che vedo chiara: ch’io non debbo, ch’io non posso inseguire la mia personale felicita a traverso l’altrui sacrificio»

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