“L’allodola vola su Candleford” di Flora Thompson. Volume 1

Se non seguissi assiduamente la casa editrice Elliot – fonte incredibile di letture poco conosciute, ma superlative – probabilmente non avrei mai scoperto la trilogia “L’allodola vola su Candleford” di Flora Thompson. È un’autrice che non avevo ancora mai avuto l’occasione di leggere, e come avrei potuto, non conoscendola nemmeno, ma soprattutto non essendo mai stata tradotta prima d’ora in Italia. Eppure “Lark Rise” (titolo originale del primo volume) è un’opera celeberrima nel mondo anglofono, con milioni di copie vendute alle spalle, adattata sia per il teatro che per lo schermo in una serie tv della BBC. Questo di cui parlo è il primo volume della trilogia.

Flora Jane Timms nacque il 5 dicembre 1876 a Juniper Hill (Lark Rise nel romanzo), un piccolo villaggio nell’Oxfordshire, da una famiglia in continue ristrettezze economiche. All’età di quattordici anni andò a lavorare nell’ufficio postale di un villaggio nelle vicinanze, Fringford (Candelford Green nel romanzo), dove conobbe il futuro marito John William Thompson. Il primo volume della trilogia, “Lark Rise”, venne pubblicato nel 1939 dalla Oxford University Press, a cui seguirono, rispettivamente nel 1941 e nel 1943, gli altri due volumi, “Over to Candleford” e “Candleford Green”. La trilogia, denominata “Lark Rise to Candleford”, garantì alla scrittrice un enorme successo. Morì a Brixham il 21 maggio 1947.

Già durante le prime pagine ho capito che stavo leggendo un romanzo che non potevo considerare tale, perché è al contempo un libro di memorie, un’autobiografia, un trattato sociale e antropologico. La stessa voce narrante non è molto definita, perché è sia una terza persona molto vicina alla protagonista (se possiamo definirla tale), Laura, quando è una bambina, che di una narratrice onnisciente dato che conosce alla perfezione ogni cosa descritta, ma che si identifica però con la voce ormai adulta di Laura, alterego della scrittrice stessa.

L’obiettivo della scrittrice, con la trilogia di Candleford, è quello di delineare un ritratto, più fedele possibile, della vita rurale di un piccolissimo villaggio inglese dell’Oxfordshire, nel 1880, rievocandone gli usi e i costumi. Nel farlo, Flora Thompson, pur essendo cresciuta in quel contesto contadino, riesce a non romanticizzare troppo la storia, lasciandoci un resoconto più fedele possibile, non nascondendone quindi nemmeno i limiti di quel tipo di società, dove ogni uomo e ogni donna hanno un ruolo ben preciso, a loro assegnato. La povertà degli abitanti non è edulcorata, così come lo sfruttamento economico costretto a subire. La grandezza dell’opera sta proprio in questo, nella sua autenticità.

A quella generazione restava comunque ancora qualcosa per integrare il salario settimanale. Avevano la loro pancetta fatta in casa […]; la conoscenza delle erbe per i loro rimedi casalinghi, i frutti selvatici e le bacche della campagna per la marmellata, le gelatine e il vino e intorno a loro, parte integrante della loro esistenza, c’erano le ultime reliquie dei costumi agresti e gli ultimi echi delle canzoni di campagna, delle ballate e delle filastrocche. Ciò che rimaneva loro, per quanto scarso, era prezioso.

Flora Thompson ha tratteggiato le scene di vita rurale lasciando trapelare un sottofondo di nostalgia che sa già di perdita, le ultime reliquie dei costumi agresti, perché quegli echi delle canzoni di campagna stavano andando perdendosi con l’inizio della modernità.

La virtù preferita dagli uomini era la sopportazione; non indietreggiare di fronte alla sofferenza o alle difficoltà era il loro massimo ideale. La capacità che invece perfezionavano era il lavorare bene la terra, una vera e propria arte che necessitava una vita intera per essere imparata. Gli uomini accompagnavano il duro lavoro con canzoni e fischiettii, tutti cantavano lungo la strada, dal panettiere al venditore ambulante di pesce. La gente era più povera e non aveva le comodità, i divertimenti e le conoscenze che abbiamo oggi, ma era più felice.

I bambini venivano lasciati liberi come i puledri, a scorrazzare nei dintorni dei loro cottage. Le mamme li infagottavano con scialli e davano loro un pezzo di pane, per poi lasciarli andare a giocare. Se cadevano o si facevano male non tornavano a casa per chiedere conforto, non ne avrebbero avuto. Crescevano forti e robusti, abituati ad avere i geloni alle mani, il naso che colava e le ginocchia sbucciate. I maschi avrebbero intrapreso le orme dei loro padri, le femmine quelle delle loro madri, aiutandole in casa o prestando servizio in case di benestanti.

Le donne si ingegnavano nel migliore dei modi per rendere le loro case decorose e pulite, per inventare pranzi e cene con quel poco che avevano. Conoscevano le erbe e i fiori commestibili, i rimedi delle nonne. L’unico estro che si concedevano era la cura del giardino, unico lavoro “fuori casa” a loro permesso, e dato che non c’erano soldi per sementi e bulbi, le piante erano ricavate da radici o talee date dalle loro vicine. Nonostante gli sforzi, nessuna, però, riusciva a battere il giardino di Sally che aveva di quei fiori! E così tanti, e quasi tutti profumati! Violacciocche e tulipani, fiori di lavanda e garofani del poeta, rose dai nomi incantevoli come Seven Sisters, Maiden’s Blush, rose muscose, rose mensili, rose centifoglie, rose color sangue e, quanto di più emozionante per i bambini, un grande cespuglio di rose York and Lancaster […]. Era come se tutte le rose di Lark Rise si fossero riunite in quell’unico giardino.

Laura, l’alterego di Flora Thompson (bambina in questo primo volume), la ritroviamo sporadicamente tra i vari capitoli; seguiamo la sua lenta vita contadina, la scuola, i giochi, i balli. Grazie al suo personaggio riusciamo non solo a volare, come droni o rondini, su Lark Rise, inquadrando le scene dall’alto, ma anche a intrufolarci nella vita di chi abita quel piccolo villaggio, respirandone l’aria, la fatica, ma soprattutto la leggerezza di una vita semplice.

La natura è un altro aspetto che emerge prepotente tra le pagine, vera Madre alla quale essere devoti, condizione essenziale per raccolti ricchi e per pensieri in meno, ma anche per rendere quei luoghi eterni e silenziosi. E ovviamente non può mancare il folklore, le leggende del paese, fantasmi, esseri del piccolo popolo e l’eco di un certo Jack lo Squartatore che ha seminato il terrore nella Londra di fine Ottocento.

Le code bianche dei conigli entravano e uscivano dalle siepi; gli ermellini attraversavano la strada davanti ai piedi dei bambini […]; c’erano scoiattoli sulle querce, e una volta videro persino una volpe che dormiva raggomitolata in un fosso […]. Sciami di farfalle azzurre svolazzavano qua e là o si posavano con le ali tremolanti sulle lunghe foglie d’erba; le api ronzavano tra i fiori di trifoglio bianco, e su tutto regnava un profondo silenzio.

“L’allodola vola su Candleford” di Flora Thompson è uno spaccato, curato nei minimi dettagli, della vita trascorsa nei piccoli villaggi inglesi di fine ottocento. È un classico completamente diverso da quelli che siamo abituati a leggere, ha un fascino tutto suo che ci permette, in qualche modo, di vivere l’ambientazione dei più famosi romanzi ottocenteschi, di scoprirne i retroscena, per viverli, successivamente, con una maggiore consapevolezza, ma soprattutto autenticità.

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