
I romanzi fantasy che ho amato di più nella mia storia da lettore sono quelli in cui si parla di magia, si studia la magia e la si contestualizza. Più delle azioni e delle avventure dei protagonisti, io mi cibo letteralmente della genesi della magia, del suo utilizzo e della peculiarità che l’autore o l’autrice riescono a darle. Questo è uno dei motivi per cui il mio romanzo preferito della serie di Harry Potter è L’Ordine della Fenice, per le sue parti lente, in cui si svolgono le lezioni di magia, in cui ci sono tantissime descrizioni del castello, dei dintorni e degli animali fantastici, in cui non succede nulla se non la creazione del mondo fantastico.
La stessa cosa mi è capitata con questo meraviglioso romanzo di Susanna Clarke, Jonathan Strange & il signor Norrell, una pietra preziosa nel panorama fantasy. L’ho letto per la prima volta non appena uscito in Italia, nell’iconica doppia edizione – sia di colore bianco che nero – della casa editrice Longanesi, e riproposto nel 2021 da Fazi Editore.
Jonathan Strange & il signor Norrell ricostruisce una parte della storia britannica, in particolar modo il periodo delle guerre napoleoniche, inserendo la magia come strumento fondamentale per lo svolgimento delle stesse e per la vittoria del popolo britannico sui francesi. La magia si manifesta nell’illusione ottica di flotte di navi da guerra, nella costruzione di strade percorribili per facilitare il passaggio dell’esercito e in altre strategie belliche. Una magia scomparsa ormai da secoli, ridotta a mero chiacchiericcio tra studiosi, ma che finalmente torna a insinuarsi soprattutto nei salotti dell’alta società.
Il cuore del romanzo è il rapporto tra i due protagonisti, Mr Norrell e Jonathan Strange, che possiamo definire maestro e allievo. Mr Norrell è una figura inizialmente quasi mitologica, un uomo solitario che vive nella sua residenza lontana dai centri abitati, dove custodisce la più grande biblioteca esistente, con migliaia di libri di magia, praticamente tutti quelli reperibili in Gran Bretagna. Viene tirato in causa, estorto alla sua solitudine, dalla Società dei Maghi di York, un gruppo di maghi che però non praticano la magia e che si riunisce periodicamente a York Minster per disquisire di magia, analizzando vecchi libri e citando autori del passato. Considerano la magia come non più esistente, un ricordo lontano e senza testimonianze da secoli. Mr Norrell li sconvolge praticando egli stesso una magia, a distanza dalla sua residenza, dando vita alle statue della Cattedrale di York, dinanzi a tutti i membri della Società.
Da quel momento Norrell inizia la sua ascesa in società, viene introdotto nei palazzi del potere politico inglese, prima come semplice consigliere e poi come figura cardine in grado di definire le sorti del Paese grazie all’uso della magia. Lui però è un conservatore, ritiene che la magia debba essere regolamentata, controllata, quasi imbalsamata nei libri. È geloso della sua magia e non vuole che venga insegnata o usata da chicchessia.
Jonathan Strange fa il suo ingresso nella storia a romanzo già ben avviato. È un giovane brillante, attratto dalla magia, e viene reputato da Norrell degno di essere introdotto al suo sapere, seppur sempre con delle limitazioni, tanto da nascondergli alcuni libri. Ma il pensiero di Strange è progressista, considera la magia come una forza viva e non vede l’ora di introdurla nel mondo. Quando Norrell si accorge che il suo allievo ha idee troppo diverse dalle sue, ormai è troppo tardi e il loro sodalizio iniziale si trasforma in rivalità. Sono entrambi diventati i due maghi di riferimento per il Paese, entrambi sono stati necessari per la sconfitta di Napoleone, e nessuno può più oscurare l’altro. Si formano così due schiere di sostenitori, i norrelliani e gli strangiti. La loro rivalità non esplode in uno scontro epico, è una frattura che lentamente si allarga, un dibattito di idee, uno scontro perlopiù intellettuale.
Durante tutto il romanzo, che supera le ottocento pagine, c’è una terza figura che serpeggia come un fantasma. Viene nominata con timore e riverenza, è un mago oscuro, una presenza intangibile ma costante. Il Re Corvo, il Re del Nord, John Uskglass. Il più grande mago di tutti i tempi, tutta la magia inglese proviene da lui e governa da secoli un regno che comprende parti dell’Inghilterra settentrionale e territori del mondo delle fate. È scomparso definitivamente o è ancora tra noi? Vi è la necessità di evocarlo per sconfiggere l’eterna notte portata da un gentiluomo dai capelli lanuginosi che è calata sui protagonisti?


Susanna Clarke ha creato un classico, un romanzo monumentale sulla magia. Lo stile della Clarke è un omaggio raffinatissimo alla letteratura dell’800, denso di note a piè di pagina e di digressioni che rallentano volutamente il ritmo per permettere al lettore di abitare il mondo creato. È un libro che richiede pazienza e dedizione, ma che ripaga con una profondità raramente riscontrabile altrove. Può risultare lento e, per alcuni, persino noioso, soprattutto per i lettori e le lettrici non abituati a questo tipo di narrazione, per chi preferisce l’azione e i grandi eventi piuttosto che il world building, la costruzione di un mondo alternativo con tutti i suoi crismi e le sue ideologie. Questa è stata per me una rilettura a distanza di undici anni e si conferma come uno dei fantasy preferiti di sempre, un volume che conservo con orgoglio nella mia libreria nella sua prima edizione e che ogni volta riesce a incantarmi con la sua colta e meravigliosa lentezza.
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