
Due parole che collegherei a questo romanzo sono malinconia e assenza. Probabilmente la malinconia dovuta all’assenza.
All’assenza di W., che da un giorno all’altro sparisce. Sparisce dalla vita di Olaf, per il quale W. era tutto. Con W., Olaf aveva la sensazione di parlare veramente con qualcuno. Tra loro era in corso un «progetto di ricerca sulla vita». W. era la migliore cattiva influenza che avrebbe potuto desiderare. Con W., Olaf sapeva che si sarebbero risollevati da ogni abisso con più vita.
E dal momento in cui W. sparisce, il futuro crolla. Quello che resta è il passato e un presente che continua a rimuginare su quel passato.
Il loro legame è di amicizia, ma Olaf si interroga spesso sulla sua vera natura. Si domanda se non sia, in realtà, innamorato di W. Immagina persino di baciarlo, senza però provare alcuna attrazione fisica. È un amore difficile da definire, quello di un’amicizia talmente potente da creare quasi un’unione, al punto che Olaf racconta di non riuscire, durante le loro risate, a distinguere la propria coscienza da quella di W.
C’è poi Hilde, che diventa il terzo vertice di questo rapporto. W. resta però il suo centro magnetico. Olaf e Hilde si lasciano trascinare da lui, anche se in realtà, nella loro smania di avventure, finiscono per contagiarsi tutti a vicenda. E quando W. sparisce, anche il legame tra Olaf e Hilde lentamente si spezza. Olaf non riesce ad avere altro pensiero se non trovare W. e dare una spiegazione a quella sparizione improvvisa.
Quello che resta di W. è una cartella nascosta nel suo computer, denominata «Il sarcofago dello spasso», contenente immagini e meme da lui creati. Residui digitali di W. che Olaf passa ossessivamente in rassegna, cercando una risposta, cercando il suo amico dietro quelle immagini.
Ma la cartella contiene anche un documento di 176 pagine sull’«impossibilità dell’autenticità».
W. aveva infatti paura di essere «tipico», ma era allo stesso tempo consapevole che aspirare all’unicità è da illusi. Moltissimi dei nostri comportamenti sono in realtà «citazioni». Anche quando pensiamo di scegliere liberamente uno stile di vita, non facciamo altro che ripetere e rielaborare modelli culturali già esistenti.
È una continua, ossessiva e forse illusoria ricerca della nostra autenticità. E si finisce, a un certo punto, per non essere più in grado di riconoscersi.
Quanto ho amato questo romanzo. Tiemen Hiemstra mi ha letteralmente incantato e, dove temevo di trovare una storia simile a tante altre, ho trovato invece una voce peculiare. È raccontato in prima persona da Olaf, quindi W. non lo conosciamo mai direttamente e in maniera oggettiva. Non sappiamo cosa pensa, possiamo soltanto provare a comprenderlo attraverso il ricordo, l’interpretazione e l’ossessione di Olaf.
La gestione del tempo non è lineare. Olaf racconta principalmente al presente, ma basta un dettaglio perché precipiti nel ricordo e da lì il racconto passa al passato. È un continuo movimento tra il presente e la memoria, un presente che rimugina sul passato. La narrazione viene inoltre continuamente interrotta da altri materiali: meme, immagini, lettere, frammenti. Residui di W. Tracce attraverso le quali Olaf prova a ricostruire una persona che non c’è più.


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