
Sai che di notte esce e viene alla finestra a spiarti?
Ho sempre amato i romanzi dell’orrore che, fin dalle prime parole, riescono a immergerti in un’atmosfera già perfettamente intrisa di mistero e di un qualcosa di indefinibile che disturba, tiene in allerta. I colori sono scuri, le parole misurate, gli ambienti umidi e le attese interminabili. La voce della quercia di Andrew Michael Hurley non solo riesce in tutto questo, ma vi inserisce anche elementi del folklore rurale, rendendo la lettura una vera gioia per chi ama certe atmosfere.
Starve Acre è una casa isolata ai margini della brughiera. Richard e Juliette cercano di sopravvivere alla morte improvvisa del figlio Ewan, di appena cinque anni. Il lutto ha stravolto il loro rapporto e ciascuno tenta di affrontare la perdita a modo proprio. Juliette non riesce a lasciare che il ricordo del figlio scivoli nell’oblio e si avvicina a un gruppo di occultisti nella speranza di stabilire un contatto con lui. Richard, invece, per tenere la mente occupata, inizia a scavare nel terreno intorno alla loro abitazione, alla ricerca dei resti di un’antica quercia, delle sue radici, attorno alla quale sopravvivono inquietanti leggende locali.
E mentre i due genitori tentano in ogni modo di convivere con il dolore e di superarlo, la storia di Ewan comincia a dispiegarsi sotto una luce sempre più funesta. Le antiche superstizioni, i racconti popolari e le misteriose vicende legate alla quercia sembrano infatti intrecciarsi agli strani comportamenti violenti che il bambino aveva manifestato prima della morte. Durante gli scavi, appena sotto la superficie della terra, Richard rinviene le ossa di una lepre. Le raccoglie e le porta in casa, dove inizia pazientemente a ricomporle, cercando di ricostruirne lo scheletro…
… e poi la lepre farà tutto da sola.
Affascinante è proprio la presenza di questo animale, profondamente radicato nel folklore britannico e tradizionalmente associato alla stregoneria, alla fertilità e alla rinascita. Hurley ne recupera l’ambiguità simbolica e la trasforma in uno degli elementi più inquietanti del romanzo. Quella che inizialmente appare come una semplice scoperta durante gli scavi diventa progressivamente qualcosa di terrificante, di ancestrale, che sfugge alle leggi della realtà. È proprio in questa sovrapposizione tra rinascita e perdita, tra istinto materno e orrore, che il romanzo raggiunge alcune delle sue immagini più disturbanti.
Hurley riesce a costruire un’inquietudine costante, senza colpi di scena artificiosi o espedienti narrativi messi volontariamente per spaventare. Il male è sempre stato lì, tra le pagine, nascosto sotto la terra umida della brughiera, nelle antiche superstizioni e nei racconti popolari tramandati di generazione in generazione. Si ha continuamente la sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere, eppure non importa nemmeno sapere cosa succederà davvero. Perché è proprio nell’attesa, in quella tensione sottile che attraversa ogni pagina, che risiede la vera forza del romanzo e che di per sé vale come trama. A me è bastato questo per rendere il romanzo estremamente godibile e appagante.
P.S. Dal romanzo è stato tratto anche un film nel 2023, scritto e diretto da Daniel Kokotajlo, che ne restituisce molto bene le atmosfere inquietanti.


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