“Ricordi di un entomologo” di Jean-Henri Fabre. Volume primo.

Il primo pensiero che ho fatto quando ho visto i volumi di “Ricordi di un entomologo” di Jean-Henri Fabre è stato: “ma come si fa a leggere un volume di settecento pagine sull’osservazione degli insetti?”. Settecento pagine che compongono soltanto il primo volume, il primo di – notizia ancora non confermata – sei volumi; al momento sono stati pubblicati da Adelphi soltanto i primi tre.

Ho iniziato la lettura in punta di piedi, pronto ad arenarmi ai primi capitoli, e invece sono letteralmente scivolato tra le pagine, arrivando alla fine del volume in tempi brevi, senza alcuna difficoltà e con la voglia di continuare la lettura dei successivi. La spiegazione di questa facilità di lettura la fornisce l’autore stesso a pagina 338, quando dice: «Altri hanno criticato il mio linguaggio, che non avrebbe la solennità o, meglio, l’aridità di quello accademico. Temono che una pagina, se si legge senza sforzo, non possa essere espressione della verità. A sentir loro, per essere profondi bisogna essere oscuri […] sì, le mie pagine, non infarcite di vacue formule e saccenti elucubrazioni, sono la narrazione fedele dei fatti osservati, né più, né meno».

A testimonianza di quanto dice, chiama in sua difesa gli stessi insetti, così che possano raccontare il tempo, infinito, trascorso in intimità con loro. Ma l’obiettivo principale di Fabre, il motivo per cui decise di utilizzare un linguaggio semplice, era quello di far innamorare i giovani della storia naturale che invece gli accademici fanno odiare, «ed ecco perché, pur rispettando scrupolosamente la verità, evito di adeguarmi alla vostra prosa scientifica, che troppo spesso, ahimè sembra presa in prestito da una qualche tribù di indiani».

Jean-Henri Fabre è stato un naturalista francese, oggi riconosciuto come il padre dell’entomologia. I Souvenirs apparvero in dieci volumi tra il 1879 e il 1907, suscitando l’interesse di molti scienziati, in particolare di Charles Darwin che apprezzò le doti da osservatore di Fabre, e in seguito ebbero grande influenza sui maggiori etologi del Novecento. Il primo volume pubblicato da Adelphi si basa sulla versione definitiva del 1920 ed è corredata dalle illustrazioni di Fabre e dalle fotografie scattate dal figlio Paul.

Il libro inizia senza alcun preambolo, Fabre ci porta subito con lui e altri amici alla ricerca e all’osservazione dello scarabeo sacro, facendoci conoscere le sue abitudini, il motivo per cui crea palle di sterco e se ne ciba. Ci fa immediatamente appassionare a quell’insetto e a farci pensare che – tutto sommato – l’entomologia è proprio uno spasso, e soltanto dopo spiega come è nata in lui la passione per gli insetti. Fu una lettura, una lettura che per lui rimase indimenticabile perché svelò alla sua mente orizzonti sino allora insospettati. Si trattava di uno studio del patriarca dell’entomologia dell’epoca, il venerando scienziato Léon Dufour, sulle abitudini di un imenottero cacciatore di buprestidi. 

Ovviamente Jean-Henri Fabre era già appassionato di insetti, fin dall’infanzia; la legna nel camino era pronta; mancava la scintilla che le desse fuoco. La lettura casuale di Léon Dufour fu quella scintilla.

Dopo lo scarabeo sacro e gli stercorari, Fabre passa all’osservazione fatta sulle Cerceris, ci racconta del loro modo di paralizzare le prede colpendo con il pungiglione il sistema nervoso, preservandole dalla decomposizione per settimane, il tempo utile per far nascere le larve che se ne ciberanno. Stessa tecnica utilizzata dallo Sphex dalle ali gialle che caccia le cavallette, in lotte ancora più ardue, paralizzandole con tre colpi di pungiglione. Ci spiega la differenza tra il pungiglione seghettato dell’ape che si incastra nella vittima staccandosi dal corpo e quello liscio della vespa. Entriamo nei nidi di questi insetti, osserviamo le architetture perfettamente geometriche, viaggiamo con loro nei cieli e sprofondiamo sotto terra dove brulicano le larve e le prede imprigionate e destinate a una fine lenta e violenta.

Oltre all’osservazione minuziosa e costante degli insetti, Fabre in più capitoli rimarca la differenza tra l’intelligenza e l’istinto e attacca brutalmente Charles Darwin (e le nuove grandi teorie) che spesso ricerca l’intelligenza negli animali, con lo scopo di trovare un punto di contatto tra l’uomo e questi ultimi, portandoli sullo stesso piano. Fabre era un fautore dell’istinto e conduce numerosi esperimenti per provare che gli insetti si comportano guidati esclusivamente dall’istinto, da questa spinta inconsapevole, parte essenziale della condizione vitale che si trasmette in via ereditaria come il ritmo del cuore e dei polmoni.

Ogni pagina di “Ricordi di un entomologo” vibra di vera passione, di autenticità, dell’entusiasmo tipico dei bambini che scoprono il mondo per la prima volta; anche il linguaggio è quello puro privato da sovrastrutture e paroloni, nonostante il rigore scientifico. Si avverte che quelle infinite ore passate a osservare gli insetti rappresentino per Fabre i rari momenti felici della mia vita.

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