“Maniac” di Benjamín Labatut

libro Maniac Labatut

“Maniac” è sicuramente uno dei libri più interessanti letti quest’anno, o almeno quello che mi ha portato a fare grandi riflessioni, in particolare sull’intelligenza artificiale, che suscita inevitabilmente un enorme fascino, ma anche su come l’essere umano sia capace di trasformare cose potenzialmente buone in distruttive. La fame di onnipotenza obnubila l’uomo, e non importa se calcoli matematici dimostrano che potrebbe esserci la remota possibilità di distruggere l’intero pianeta Terra.

In questo romanzo non romanzo, in quanto si narrano fatti reali ma con una narrazione in cui non sai mai dove possa essere collocato il valico con la finzione – credo ce ne sia davvero molto poca – Benjamín Labatut mette in scena le vite di tre uomini, tre menti eccelse, vissuti in epoche diverse ma successive e concatenate che portano avanti lo stesso “discorso”, visto da diverse prospettive in modo da valutarne sia le cause che gli effetti.

Il romanzo si apre la mattina del 25 settembre del 1933, quando il fisico austriaco Paul Ehrenfest entrò nell’istituto pedagogico per bambini infermi di Amsterdam, sparò in testa al figlio quindicenne e poi a se stesso. Ehrenfest non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che fosse stato oltrepassato un confine fondamentale, che un demone, o forse un genio, si fosse annidato nell’anima della fisica, e che né la sua generazione né quelle successive sarebbero mai più riuscite a rimettere nella lampada. Questo era dovuto alla scoperta della realtà quantistica e delle nuove leggi che governavano l’atomo e che avrebbero portato a una industrializzazione della fisica in un periodo storico in cui Hitler era al potere e stava epurando l’arte, la scienza, la giurisprudenza, la medicina da qualsiasi cosa non fosse tedesca, e legalizzando la sterilizzazione eugenetica (Ehrenfest era padre di un infermo). Il fisico non vedeva altra strada se non quella del suicidio, portando via con sé il figlio, liberandolo.

Questo terribile avvertimento lascia il posto al secondo genio del libro, quello che occuperà più pagine, un alieno in mezzo a noi: Neumann János Lajos, anche noto come Johnny von Neumann. La particolarità di questa seconda parte sta nel fatto che a raccontare la vita di Neumann sono le persone che lo hanno conosciuto, un amico di infanzia, la madre, il fratello, i colleghi, i rivali e le donne della sua vita. I loro racconti danno l’impressione che si stia parlando di un essere straordinario, ai limiti del freak, del mostruoso. In lui c’era qualcosa che non andava. Lo si vedeva subito […] le sue idee divennero non solo totalmente irrazionali ma anche molto pericolose.

Quando gli Stati Uniti entrarono nella seconda guerra mondiale, Neumann fu uno dei matematici e fisici chiamati nel laboratorio top secret situato nel deserto del New Mexico settentrionale per prendere parte al progetto Manhattan che portò alla realizzazione delle prime bombe atomiche. Con lui c’era J. Robert Oppenheimer, ma anche Fermi dall’Italia, Bethe dalla Germania, Teller dall’Ungheria, Ulam dalla Polonia e Niels Bohr dalla Danimarca. Quando tutti i calcoli della bomba atomica furono conclusi e i test andati a buon fine, la guerra in Europa era finita, ma i militari americani volevano a ogni costo utilizzarle come monito e quando si riunirono per scegliere gli obiettivi, Neumann fu il fisico che convinse a far detonare gli ordigni non a livello del terreno ma più in alto nell’atmosfera perché a quel modo l’esplosione avrebbe provocato danni incomparabilmente maggiori. Arrivò addirittura a calcolare lui stesso l’altezza ottimale: seicento metri. E fu a quell’altezza che si trovavano le bombe quando esplosero su Hiroshima e Nagasaki.

Ma Neumann, oltre ad aver dato probabilmente il contributo maggiore alla costruzione e all’uso delle bombe atomiche, nel 1946 promise alle forze armate statunitensi di costruire per loro un calcolatore abbastanza potente da gestire i complessi calcoli necessari per la bomba all’idrogeno, l’evoluzione di quella atomica, un’arma che nelle sue conseguenze concrete produce un genocidio. Fu così che Neumann diede vita al Mathematical Analyzer, Numerical Integrator and Computer. Ovvero, il MANIAC.

Il MANIAC oltre a essere utilizzato per lo scopo appena detto, fu anche liberamente usato dal suo inventore che lo trasformò in un incubo ancora maggiore. Johnny von Neumann, durante l’arco della sua vita, aveva partorito il moderno computer, formulato le basi matematiche della meccanica quantistica, scritto le equazioni per l’implosione della bomba atomica, concepito la teoria dei giochi e del comportamento economico, preconizzato l’avvento della vita digitale, delle macchine autoreplicanti, dell’intelligenza artificiale e della singolarità tecnologica nonché paventato la promessa di un controllo divino sul clima terrestre.

La vita di Neumann e i suoi deliri di onnipotenza ci conducono alla terza e ultima parte del romanzo in cui troviamo il coreano Lee Sedol, maestro di go 9° dan, l’unico essere umano ad aver sconfitto in una sfida ufficiale un sistema di intelligenza artificiale avanzata, pur perdendo la gara e soccombendo di fronte allo strapotere di AlphaGo, creato da Google. Lee Sedol a trentatré anni era già il secondo giocatore ad aver vinto più titoli internazionali nella storia del go – antico gioco da tavolo di origine cinese, oggi diffuso ampiamente anche in Giappone e in Corea -, e nel marzo 2016, all’apice della sua carriera, fu sfidato a giocare un incontro di cinque partite contro il sistema di intelligenza artificiale AlphaGo.

Solitamente i campioni di go giocano fino alla vecchiaia, è una tradizione, ma Lee Sedol dopo la sconfitta subita da AlphaGo decise di ritirarsi e motivò la sua decisione con queste parole:

«Pensavo di essere il migliore, o almeno uno dei migliori. Ma poi l’intelligenza artificiale mi ha dato il colpo di grazia. È semplicemente imbattibile. In una situazione del genere non conta quanti sforzi tu faccia. È tutto inutile […] Il go è un’opera d’arte realizzata da due persone. Adesso è tutto diverso. Dopo l’avvento dell’IA, il concetto stesso del go è cambiato. È una forza devastante. AlphaGo non mi ha sconfitto, mi ha annientato. […] Anche se diventassi il giocatore migliore che il mondo abbia mai conosciuto, c’è un’entità che non può essere sconfitta».

Un’entità che non può essere sconfitta perché l’intelligenza artificiale ha la capacità di autoapprendimento, e lo fa a una velocità inimmaginabile per noi umani. Arriverà un giorno, se non è già arrivato, in cui l’IA potrà fare a meno di chi l’ha inventata e potrà bellamente sbarazzarsene.

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